Opinione della Settimana

D'Angelo (SNFIA): "Contro la crisi? La parola d'ordine è Bilateralità

In tutta Europa il Sindacato sembra non reggere più il passo con le sfide poste dallo stallo dell’economia, dall’evoluzione del Mondo del Lavoro e delle competenze, dalla globalizzazione. E’ chiaro che deve cambiare mentalità e modo di agire”: parola di Marino D’Angelo (nella foto), neoconfermato segretario generale del Snfia, il “Sindacato delle alte professionalità assicurative”, che in sostanza rappresenta i funzionari e alcuni dirigenti delle compagnie d’assicurazioni. Un sindacato piccolo, insomma, ma ben radicato, che lancia una provocazione ai “big” delle rappresentanze, a cominciare da Cgil, Cisl e Uil.

Marino D'Angelo ImcCosa deve fare il sindacato, per rilanciarsi?
“Il Sindacato è luogo di interessi e di identità. Il mestiere del Sindacalista è la negoziazione su aspetti identitari, a partire dalla formulazione di risposte a bisogni concreti, che non riguardano più il solo salario ma investono la realizzazione degli individui dentro le Aziende. L’incapacità delle Organizzazioni Sindacali di intercettare questo nuovo profilo delle esigenze dei Lavoratori è parte della crisi che oggi tutte le sigle attraversano, non solo in Italia”.

Ma non c’è anche un problema di comunicazione? Non pensa che i sindacati facciano sempre più fatica a farsi capire dalla loro stessa base?
“Certamente: il sindacato è in crisi di comunicazione. È evidente la frattura con una parte importante del mondo del lavoro che comunica utilizzando grammatiche e linguaggi differenti. Una frattura che sconta la distanza tra le nuove generazioni, che si confrontano sulle autostrade digitali, e le modalità spesso rigide e autoreferenziali delle organizzazioni di rappresentanza. Colmare questo gap è compito nostro, compito del Sindacato del nuovo millennio. Nel nostro Paese, a questo disallineamento con la base si è sommato uno scivolamento verso la politica, che ha finito con il catalizzare l’attenzione, le interlocuzioni, le energie e la progettualità dei Sindacati. Si è così perso di vista il Cittadino lavoratore, il Ceto medio, la Tutela degli interessi e delle professionalità”.

Come mai una simile crisi?
“Be’, è possibile ricondurre questo declino, da un lato, ai forti mutamenti di scenario intervenuti nel Mondo del Lavoro e, dall’altro, all’incapacità delle Organizzazioni Sindacali di adattarsi al cambiamento in termini di modalità organizzativa e forme di comunicazione. È illuminante la riflessione sugli effetti dell’innalzamento del livello di instabilità del rapporto di lavoro e della sua stretta connessione con la crescita della scolarizzazione, comprovato fattore negativo di sviluppo del tasso di sindacalizzazione. Fenomeni, questi ultimi, che impattano in particolare sulle giovani generazioni, vale a dire proprio su quella fascia di Lavoratori che le Organizzazioni Sindacali riescono ad intercettare con maggiore difficoltà”.

Ma i lavoratori non si risentono, di quest’assenza o di questa nuova debolezza del sindacato, nelle imprese?
“Altrochè. Una nostra recente indagine condotta su un campione rappresentativo degli Alti Professionisti assicurativi (1.069 tra Funzionari e Quadri) ha fatto emergere che il 44,7% denuncia uno svuotamento delle proprie mansioni, l’insufficienza del sistema meritocratico premiante (69,4%) e la burocratizzazione dei processi aziendali (74,6%)”.

Che fare, allora?
“Innanzitutto chiedersi se abbia ancora senso investire su modelli di rappresentanza di stampo ormai novecentesco, almeno nel nostro settore. Riteniamo di no, anche perché le imprese non sembrano aver compreso l’importanza di investire sulla valorizzazione del merito e delle professionalità come fattori di competitività per il potenziamento del business. Crediamo che in questo risieda il nocciolo di una duplice questione: da un lato, l’incapacità del Mercato italiano di esprimere tutto il proprio potenziale di sviluppo per le Imprese assicurative, che pure godono di tassi di crescita a due cifre, e, dall’altro, lo stato di profondo disorientamento dei Lavoratori”.

Va bene, ma sul piano pratico?
“Fare di più! Un primo passo significativo in questa direzione si è registrato con la sottoscrizione degli accordi quadro sull’occupazione del Gruppo Generali del 9 maggio 2012 e di quello del Gruppo UnipolSai del 18 dicembre 2013. Questi accordi hanno permesso un impatto ragionato e pienamente sostenibile delle manovre riorganizzative, garantendo allo stesso tempo la salvaguardia dei livelli occupazionali e delle condizioni di vita e dignità del Lavoro dei dipendenti. Testimoniano, dunque, la necessità e la possibilità di una riscrittura di ruoli, metodi e contenuti nelle relazioni industriali del settore assicurativo, che consenta l’affermazione di un’alleanza Impresa-Lavoro all’insegna della condivisione degli obiettivi economici e della sua principale condizione di realizzazione, ovvero un ritrovato senso di appartenenza dei Lavoratori”.

Quasi una cogestione…
“Be’, il Sindacato non può e non deve sottovalutare l’urgenza di intervenire e sollecitare le Imprese al rispetto dei nuovi bisogni. Le questioni sul tavolo attengono all’organizzazione del Lavoro, al ruolo del merito e della professionalità, al rapporto tra generazioni in Azienda, all’equità, al grande tema dell’innovazione che è anche innovazione delle modalità di lavoro e di produzione. Determinare un percorso di scelte consapevoli della parte datoriale significa restituire al Sindacato la centralità del suo ruolo, abbandonando ogni remora nell’analisi dei limiti e delle criticità ed affrontando con coraggio le difficoltà del cambiamento”.

E quindi?
“La nostra piattaforma programmatica contiene in nuce i germogli di un Sindacato che non c’è, ma che dovrà affermarsi. Quello che proponiamo è innanzitutto un ‘Back to Basics’: la sfida che ci aspetta è tornare alle origini, ricordare e mettere in pratica lo spirito con cui le organizzazioni sindacali sono nate. I Sindacati vengono alla luce in Inghilterra come unione e mutuo soccorso tra Individui oppressi da condizioni di lavoro e di vita impietose. Il senso della lotta, la logica di quella catena d’intenti e di azioni che hanno trasformato il Mondo, restituendo dignità all’Uomo e fondamento al patto sociale, sono tutti in quel sentimento. Occorre rimettere al centro l’Uomo ed i suoi bisogni, che devono poter trovare nel Sindacato lo strumento principe della negoziazione efficace. Una negoziazione che dovrà dispiegarsi sul terreno delle pari opportunità, del patto generazionale, della diversità, della meritocrazia, dell’etica e di altre questioni di forte valenza identitaria. In questa ottica, l’interlocuzione con la politica non potrà che assumere un rilievo meno prioritario rispetto a quello che attualmente riveste. A tutto vantaggio di una ritrovata centralità degli stakeholder, quali le controparti datoriali, le altre sigle sindacali, ma anche le università, le associazioni e gli esponenti della società civile”.

Un’autocandidatura per un ruolo personale più ampio?
“Macchè, c’è tanto da fare qui. Certo è, però, che sul terreno da noi individuato si gioca la partita più importante: quella della sopravvivenza del Sindacato come istituto di democrazia, delega e autentica rappresentanza. In questi ultimi anni, i troppi ritardi nell’interpretazione dei nuovi bisogni del Mondo del lavoro, in termini di modelli produttivi ed esigenze individuali dei Lavoratori, hanno segnato un ritardo nei meccanismi di rappresentanza dei Sindacati, tale da farli connotare nella pubblica opinione come paladini della conservazione, guardiani dei diritti acquisiti, garanti di privilegi propri e degli occupati a scapito degli esclusi. A cominciare da quella fascia sociale e lavorativa inscritta nel logo ‘precario’”.

Insomma: contrastare le imprese quando serve e affiancarne la gestione sempre che si possa?
“Sì: per ritrovare il senso della propria esistenza e quello di appartenenza dei Lavoratori, occorrerà un definitivo superamento della logica del conflitto a favore di una nuova idea di partnership con la parte datoriale ed anche con la propria stessa base. E ancora, la volontà del Sindacato di cambiare pelle sarà un esercizio vano se non sarà capace di coinvolgere le Aziende e portarle a bordo di un obiettivo comune: la valorizzazione del capitale umano attraverso soluzioni creative, in grado di potenziare la competitività del business e, al contempo, di gratificare le persone. La parola chiave, da questo punto di vista, è Bilateralità, come salto culturale, organizzativo e normativo”.

Autore: Sergio Luciano – Affaritaliani (Articolo originale)

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