(di Marco Sabella – Corriere Economia)
I numeri dell’industria «private» alla vigilia del Forum Aipb. Dal 2008 boom di casse comuni e assicurazioni (+12%) Meno bond e Btp. L’avanzata di family office e consulenza
Ancora un semestre di risultati positivi, il settimo di una sequenza che prosegue ininterrotta dal 2011. Il mercato italiano del private banking, quel segmento dell’industria dei servizi finanziari che si rivolge ai detentori di grandi fortune, ha archiviato infatti la prima metà del 2015 con una crescita del 6,4% rispetto a fine dicembre dello scorso anno, un risultato composto per il 3,73% da un «effetto mercato», vale a dire da un incremento dei patrimoni investiti per effetto del successo della gestione, e per il 2,62% da un aumento della raccolta netta, data da capitali freschi che entrano all’interno del sistema. Sono questi i dati più recenti elaborati dall’Aipb, l’Associazione italiana private banking, che raggruppa i principali operatori del settore. Tuttavia l’analisi dell’Aipb non si limita a un’indagine unicamente quantitativa, ma esamina aspetti qualitativi essenziali come il cambiamento delle esigenze della clientela, la variazione nella composizione dei portafogli, le nuove sfide che la professione dei private banker deve affrontare per offrire un servizio di alto livello a una clientela sofisticata, che spesso unisce esigenze di consulenza societaria e di impresa alle tradizionali necessita di conservazione e crescita del capitale familiare.
Tutti i principali gruppi italiani registrano incrementi che vanno dal 3% del network di private banking di Unicredit, al 9% del principale operatore estero in Italia, l’elvetica Ubs, che sottolinea come a contribuire a questo trend siano stati i segmenti dei clienti con patrimoni di dimensioni più elevate.
I portafogli
I dati elaborati da Aipb confermano anche altre tendenze di lungo periodo. Ad esempio sulle scelte di composizione di portafoglio realizzate dalle gestioni di private banking. Un dato, ormai costante addirittura dal 2008, mostra una tendenza stabile alla crescita della raccolta gestita (fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali), salita di circa mezzo punto al 38,2% a giugno di quest’anno rispetto a dicembre scorso, ma con un aumento di oltre 12 punti percentuali nell’arco degli ultimi sette anni. Ad acquisire maggior peso ci sono anche i prodotti assicurativi, la cui presenza in sei mesi è salita dello 0,8% fino a un totale dell’11,8%, quasi un raddoppio rispetto al 6,7% del 2008. A fronte di attivi più «sofisticati» che si espandono, si assiste a una contrazione delle scelte «plain vanilla» i prodotti più semplici nel gergo anglosassone: in sette anni il peso di obbligazioni, titoli di Stato, azioni, Etf e altra raccolta amministrata è sceso dal 44% al 33,5% del giugno scorso, anche in questo caso circa mezzo punto (stavolta in meno) a confronto con i dati di fine 2014. «Le esigenze della clientela diventano progressivamente sempre più complesse e sul fronte dell’asset allocation permane la richiesta di costruire un portafoglio a misura dei bisogni, dei rischi e dei propri orizzonti temporali», afferma Paolo Molesini, responsabile della divisione private banking di Intesa Sanpaolo che può vantare addirittura 127 miliardi di attivi nel comparto «gestito».
«Nel gestito, complice anche la crisi estiva dei mercati, si sono affermati strumenti con strategie flessibili, a ritorno assoluto o con protezione, anche parziale, del capitale, ad esempio private insurance e gestioni patrimoniali con capitale protetto», precisa Salvatore Pisconti, responsabile del network private banking di Unicredit Italia.
I nuovi servizi
Il private banking non si limita alla cura dell’impiego finanziario del capitale. «Stiamo dando risposte concrete tramite i servizi di filantropia e “value based” alle esigenze emerse dai clienti con un’attenzione particolare alle tematiche della sostenibilità. Abbiamo anche rafforzato il team dedicato ai family office in grado di integrare i tradizionali servizi di gestione dei patrimoni con soluzioni di corporate finance e un accesso ai mercati dei capitali operato dalla divisione di investment banking del gruppo», spiega Ferruccio Ferri, responsabile del network di filiali di Ubs Italia e ad di Ubs fiduciaria.
Si tratta dunque di una crescita complessa e articolata dell’offerta che a livello di sistema, secondo i dati di Aipb, ha implicazioni molto forti. E che ha comportato, ad esempio, un aumento del numero dei private banker, saliti in Italia dai circa 5.500 di fine dicembre ai 5.649 di fine giugno.
Un numero crescente di specialisti che gestiscono patrimoni sempre più grandi, passati da una dimensione media di 87 milioni a fine 2014 ai 91 attuali. Un private banker di nuova generazione che secondo Aipb «saprà cogliere le esigenze e capire i bisogni del proprio cliente e offrire soluzioni di eccellenza in contesti sempre più complessi».




