Opinione della Settimana

Dalle botti di whisky agli immobili, fondi pensione a caccia di alternative. Gli italiani sono pronti?

Investimenti alternativi Imc

(di Maximillian Cellino – Il Sole 24 Ore)

Cercasi alternative disperatamente. I tassi sprofondati a zero, e anche al di sotto di questo livello, spingono sempre più all’affannosa caccia di un barlume di rendimento gli investitori, compresi quei fondi pensione le cui performance costituiscono il pilastro destinato a sorreggere una sempre più vasta fetta di popolazione. Immobili, hedge fund, private equity e strumenti simili entrano con sempre maggior frequenza nei portafogli degli enti previdenziali, con un probabile rialzo dell’asticella del rischio e conseguenze non sempre così prevedibili.

Dagli immobili ai formaggi passando dal whisky

L’investimento annunciato da Enpam, il fondo pensione dei medici italiani, nella sede che Amazon sta costruendo a Londra è forse l’ultimo di questa ricerca di rendimento da parte del settore, e di sicuro non è neppure l’esempio più singolare. Fuori dai confini nazionali fa di sicuro discutere il caso della multinazionale Diageo, che nel tentativo di risollevare le sorti del proprio fondo pensione gli ha conferito autentico whisky scozzese invecchiato in botti per un valore superiore ai 500 milioni di sterline. Ma non è certo l’unico, visto che il fondo del gruppo Dairy si è visto conferire un magazzino di formaggi olandesi mentre Marks & Spencer ha puntato direttamente su articoli di lusso venduti nei suoi stessi grandi magazzini per 400 milioni di sterline.

In Italia, dove pure le alternative dell’alimentare non mancherebbero, si preferisce per il momento diversificare su asset finanziari più canonici, anche se sempre alternativi. Secondo un’inchiesta condotta da State Street fra 400 professionisti del settore dei fondi pensione di tutto il mondo (25 dei quali italiani) circa la metà degli intervistati pensa di aumentare nel giro di un anno l’esposizione verso fondi di hedge fund, nel comparto immobiliare e nel private equity. Nel nostro Paese le percentuali sono addirittura più elevate: rispettivamente al 67% (per gli hedge) e al 52% (per immobiliare e private equity). Vi è inoltre un forte interesse (91%) per gli investimenti in tematiche ambientali, sociali e di governance (Esg, Environmental, social and governance) a riprova della necessità di cambiare strategia.

Gestori sempre più attivi

Una ricerca simile realizzata da Aberdeen in collaborazione con MondoInstitutional coinvolgendo 23 Enti previdenziali italiani conferma che gli investimenti in immobili dominano tra gli alternativi presenti nei portafogli degli intervistati: il 70% li possiede, e il 57,1% di essi in una quota che supera il 10% del patrimonio complessivo. Anche il private equity è ben rappresentato, visto che il 45% ha già quote di fondi in portafoglio, seguito dal private debt (40%), dalle infrastrutture (35%) e dagli hedge fund o fondi Ucits con strategia alternativa o absolute return (30%). In più è evidente anche in questo caso la tendenza ad incrementare, nei prossimi 2 o 3 anni, la quota in private equity (il 60% di chi già vi investe prevede di aumentarne l’allocazione) e per private debt e fondi Ucits alternativi (50%).

In un’intervista pubblicata da Il Sole 24 Ore alcune settimane (cfr. «Cometa pronta a scegliere i nuovi gestori del fondo», di Vitaliano D’Angerio, Il Sole 24 Ore, 23.03.2016 – ndIMC) fa Anna Trovò, presidente di Cometa – il fondo pensione dei metalmeccanici, cioè il più grande fra i “negoziali” italiani con 402 mila iscritti e 9,6 miliardi di patrimonio – aveva del resto annunciato di passare da una gestione «a benchmark», cioè passiva, a una più attiva a rischio contenuto: «Ne abbiamo discusso molto in consiglio e, alla luce degli attuali mercati, siamo giunti alla conclusione che era arrivato il momento di cambiare», aveva non a caso spiegato Trovò.

Non solo rendimenti, conta anche la riduzione dei rischi

Più che per puntare su strategie con un profilo di rischio/rendimento più elevato, rivela ancora l’indagine State Street, il 71% dei responsabili dei fondi pensione italiani sostiene di cercare soluzioni alternative per ridurre i rischi all’interno del proprio portafoglio. Gli strumenti, del resto, sono più o meno gli stessi, è il loro utilizzo che cambia, ma il problema fondamentale è un altro: la capacità del board e del team di gestione dei fondi di affrontare questo nuovo scenario decisamente più complicato.

Ma gli enti previdenziali sono davvero pronti?

Se il 48% degli intervistati ritiene in generale che una reale trasparenza sui rischi che derivano dagli investimenti alternativi non è stata ancora raggiunta (il 46% se si ragiona in termini globali), soltanto il 32% ritiene «molto elevate» le competenze generali in materia di investimento degli organi amministrativi e gestionali del fondo: in particolare appena il 24% ha valutato «molto elevata» sia la loro abilità di capire i rischi legati ai fondi pensione che stanno controllando, sia quella di vedere oltre alle problematiche a breve termine: percentuali quest’ultime inferiori anche alla media europea (rispettivamente 36% e 32%).

«I fondi pensione stanno lottando per trovare un bilanciamento tra rischio e rendimento per ottenere risultati migliori per gli aderenti e devono specializzarsi nella gestione del rischio come mai prima d’ora – sostiene Oliver Berger, Responsabile Asset Owner Solutions & Strategic Market Initiatives, Sector Solutions Emea di State Street – e per ottenere tali risultati devono adattare la propria struttura di governance: i consigli di amministrazione devono potenziare la funzione di investimento per puntare a rendimenti più elevati e agire velocemente per cogliere nuove opportunità, mentre i processi di governance devono essere migliorati per assicurare che gli obiettivi, sia in termini di rendimento degli investimenti che di migliori risultati per gli aderenti, vengano raggiunti nel rispetto dei limiti di rischio del fondo».

Una strada ancora incerta

Come mettersi al passo con il tempo non sembra però ancora molto chiaro per i fondi italiani: il 43% dei responsabili pensa di ricorrere in misura inferiore a consulenti esterni per costruire il portafoglio nell’arco dei prossimi 3 anni, mentre il 24% dichiara di volerli usare di più; per quanto riguarda il ricorso a gestori esterni il 38% crede che verrà ridotto e il 19% aumentato. Più in generale si equivalgono coloro che si aspettano una riduzione o un incremento del team interno di investimento e di quello di gestione del rischio. Per tutti l’obiettivo primario è di evitare un nuovo caso Anthracite, l’obbligazione strutturata garantita dalla fallita Lehman Brothers della quale numerose casse previdenziali italiane si erano riempiti i portafogli.

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