
(di Roberta Paolini – Repubblica Affari & Finanza)
Anche visti i risultati del primo semestre, che ha chiuso con il ramo in calo del 29 per cento, a causa dello schianto del canale bancario (meno 254 milioni di euro di premi, in arretramento del 75 per cento). Le valutazioni legali
«Non siamo d’accordo. È stata una scelta immotivata». Salvatore Bragantini, vicepresidente di Bpvi, ha commentato così la decisione presa da Cattolica, comunicata il 4 agosto ed esercitata il primo settembre, di rompere l’alleanza con Vicenza. Il 24 agosto Bpvi ha inviato una lettera alla compagnia di assicurazione (di cui è il primo azionista con il 15%) contestando la legittimità del recesso, invitandola, si legge nella semestrale, «ad avviare un immediato confronto anche allo scopo di affrontare ulteriori profili dei menzionati accordi».
Cattolica ha risposto che le ragioni dello strappo sono legittime, decisa ad andare avanti per la sua strada. Una strada non proprio lastricata d’oro, visto che la rottura con Vicenza, stimano gli analisti di Banca Akros, costerà anno su anno una minore produzione vita nell’ordine del 30 per cento.
Ma a Verona devono essersi fatti i conti. Anche visti i risultati del primo semestre, che ha chiuso con il vita in calo del 29 per cento, a causa dello schianto del canale Bpvi, -254 milioni di euro di premi, una caduta del 75 per cento.
Insomma Cattolica ha preferito l’uovo oggi. Anche perché con l’esercizio della put, come si sa, la compagnia ha l’obbligo di vendere e Bpvi quello speculare di ricomprare il 60 per cento delle quote di Berica Vita, Cattolica Life e Abc Assicura. Messo in numeri: circa 178 milioni di euro dritti nel ventre dei veronesi, con un capital gain stimato da Intermonte di 35 milioni sul profite&loss del 2017 secondo i principi contabili italiani, cifra che potrebbe salire a 100 milioni secondo i nuovi principi contabili, gli Ifrs.
La joint venture, iniziata dieci anni fa, in caso di recesso prevede infatti l’uscita immediata dei due rappresentanti della banca dal board. Cade inoltre l’obbligo di lock-up sui titoli Cattolica e nell’eventualità in cui l’istituto intendesse vendere la sua partecipazione sul mercato (ipotesi al momento molto remota) ci sarebbero dei paletti per evitare che la vendita influenzi negativamente l’andamento del titolo.
Nonostante la Bpvi, «sulla base di autorevoli pareri ricevuti, ritenga che vi siano fondate ragioni per escludere che ricorrano i presupposti per il legittimo esercizio del recesso», ha dovuto comunque scrivere rosso sulla questione bancassurance.
Il semestre va dunque a quasi -800 milioni, di cui 313 milioni (non previsti) imputabili a Cattolica. L’istituto di credito è stato costretto sia a svalutare la partecipazione nella compagnia, per un controvalore di 230 milioni di euro, che a iscrivere minusvalenze e accantonamenti per 85 milioni. Un buco nei conti che deve aver fatto irritare non poco l’azionista Atlante.
Anche se, a dirla tutta, non è che Cattolica di segnali non ne avesse mandati in precedenza. La relazione tra Vicenza e Verona era stata oggetto in passato di una serie di rilievi da parte di Consob e di ispezioni sul cui esito ancora non ci sono risposte.
L’authority aveva chiesto precisazioni, sia nel 2015 che a inizio 2016, «sull’attualità della rilevanza strategica» dell’alleanza con Bpvi dopo la trasformazione in spa. Cattolica aveva spiegato di aver “dato incarico a due advisor, finanziario e legale, di assistere la Compagnia nella valutazione dei rapporti”. Mentre nella trimestrale aveva avvertito che il consiglio stava studiando l’accordo, specificando che era loro facoltà in qualunque momento e fase della partnership “recedere unilateralmente” nel caso in cui Bpvi avesse deliberato “la trasformazione della propria forma giuridica cooperativa”.
Da via Battaglione Framarin si darà a breve incarico ad un advisor di esplorare il mercato per future partnership. In questa ricerca non si escludono a priori i veronesi, anzi questi sarebbero pronti a sedersi per valutare un’alleanza su nuove basi. Dal canto suo la Vicenza potrà rivendere parte o la totalità delle quote detenute nelle Berica Vita, Cattolica Life e Abc Assicura a chiunque vorrà.
Il dopo è tutto da definire, ma non sfugge che il vicepresidente Bragantini abbia voluto spostare l’attenzione sull’anomalia di Cattolica, unica cooperativa italiana quotata.
Prima della riforma del marzo 2015 erano cooperative (legge 207/92) anche Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca, quella norma si applicava anche a Cattolica. Oggi di fatto vi è una serie di norme (tra cui il 135, 135bis e 135 duo-deces del Testo unico della finanza) che in realtà disciplina un unico destinatario. E questo la compagnia sconta in Borsa: quotando con un multiplo a 0,47 sul patrimonio, rispetto allo 0,95 di Vittoria, 0,69 di Unipol e lo 0,76 di Generali.
Il tema della trasformazione in società per azioni costituisce quindi uno dei potenziali upside per il titolo, come pure il miglioramento della corporate governance.
Lo evidenzia in un report anche Banca Akros. Tra le critiche che vengono mosse, infatti, c’è un cda pletorico, 18 membri che costa 6,9 milioni di euro all’anno. Oltre al fatto che per la struttura di voto capitario alle assemblee è presenta mediamente solo il 20 per cento del capitale.
I detrattori affermano che una discussione sul modello cooperativo non può partire dalla fallimentare esperienza della Vicenza. Ma va fatto notare che oggi c’è un nuovo azionista, che si chiama Atlante, che ha messo dentro Bpvi 1,5 miliardi. E che tra i sottoscrittori di quel fondo, oltre alla stessa compagnia veronese con i suoi 40 milioni, c’è Cdp, che di milioni ne ha messi 500. E su una legge che ha un unico destinatario forse qualcosa vorrà dirla.



