Opinione della Settimana

Philippe Donnet: “Il Leone non sarà preda, pronti a crescere ancora”

Generali Expo Milano - Philippe Donnet Imc

(di Francesco Spini e Marco Zatterin – La Stampa)

L’ad di Generali: niente invasione francese, troppi giochi di potere nella finanza italiana

Confortato dal successo di Emmanuel Macron che diffonde «ottimismo e speranza» in un progetto di integrazione europea da «non abbandonare», Philippe Donnet (nella foto) giura che la serenità è condizione essenziale anche per gestire un grande gruppo assicurativo. Lui, l’aria serena ce l’ha anche quando estrae gli artigli e sentenzia che «il Leone ha appetito», un modo per dire che vuole consolidare il suo ruolo centrale nell’universo della polizza. «Il Leone non sarà preda», aggiunge ancora l’ad quando misura i ricorrenti rumors su possibili tentativi di scalata, nazionali e no. I conti vanno bene, sottolinea, e il gruppo triestino avanza, deciso a crescere e rinnovarsi. Cosa che, insiste, dovrebbero far tutti, a partire da finanza e banche italiane che farebbero meglio a «abbandonare la logica del potere per focalizzarsi sul business».

Nella sala del Mappamondo, prezioso scrigno all’ultimo piano della sede milanese delle Generali, Philippe Donnet, classe 1960, «mezzo francese e mezzo corso» con la vocazione all’italianità, affronta nella prima intervista da oltre un anno i temi del momento, Europa, Italia, assicurazioni, banche, politica. Partendo, come naturale, proprio dalla Francia.

È sollevato dal voto per Macron?  

«Non ero preoccupato. Ero convinto da tempo che i francesi avrebbero scelto lui e comunque il risultato genera ottimismo e speranza. È stato scelto un presidente giovane, prodotto della meritocrazia francese. È il rinnovamento che ci voleva per la classe politica. Un segnale molto forte per l’Europa».

C’è nella vittoria di Macron una lezione per l’Unione?  

«Il nuovo presidente ha sempre mostrato con chiarezza la propria dimensione europeista. Ha fatto bene. I francesi vogliono che la Francia continui a essere parte del motore europeo. L’Europa è un grande progetto che non si può abbandonare. C’è una parte del popolo che lo vorrebbe perché è arrabbiata, anche per ragioni giuste, e che deve trovare risposte adeguate. L’Europa deve cambiare, serve una leadership nuova, giovane, entusiasta».

L’Italia preoccupa molti. E lei?  

«L’Italia non può sbagliare. Senza di essa l’Europa sarebbe in grande difficoltà. Ma dobbiamo essere meno negativi. Il Paese ha fatto riforme strutturali importanti, anche più della Francia. Ora serve una soluzione politica che mantenga l’Italia sulla giusta strada delle riforme, proseguite anche dopo l’esito del referendum in una sostanziale continuità».

Oltre alla politica, c’è chi dice che in Italia andrebbe svecchiato anche il capitalismo. È d’accordo?  

«Ciò che non è più adeguato è un certo modo di gestire le imprese, più legato a ragioni di potere che al business. Non può più funzionare. Dobbiamo rendere conto agli azionisti nella semplice logica della creazione di valore. Il caso delle banche è emblematico. Spesso chi in passato le ha gestite non ha dedicato abbastanza attenzione al modello di business, che rischia di essere difficile da sostenere».

Come giudica l’ossessione con cui a Roma c’è chi teme una «calata» dei francesi in Italia: lei a Trieste, Mustier a Unicredit, quindi Bolloré e via dicendo?  

«Non esiste nessun collegamento, nessun complotto. È pura fantasia. Non mi hanno chiamato alle Generali perché sono un francese, ma per le mie competenze. Mustier? È il miglior banchiere che c’è in Europa. E gli azionisti di Unicredit hanno colto l’opportunità di affidargli la soluzione dei problemi della banca. Bolloré? Fa il suo business e quello di Vivendi. Quanto a Generali, è un gruppo internazionale, coi due terzi del nostro fatturato fuori dall’Italia: eravamo già europei quando ancora non c’era l’Europa. Noi giochiamo in Champions League».

Intesa Sanpaolo, quando studiava un’operazione straordinaria che vi riguardava, sosteneva che uno dei motivi era garantire l’italianità del Leone…  

«Un rischio che non c’era, l’ho sempre detto. A quanto ho letto, all’inizio di questa vicenda si parlava anche di operatori stranieri, e di uno “spezzatino” delle Generali. Non mi sembra il modo giusto di difendere un’italianità che non era minacciata. E ancora: se gli italiani comprano gli italiani, come si fanno a creare gruppi internazionali? Per me esempi validi sono operazioni come quella tra l’italiana Luxottica e la francese Essilor, o di quella tra Fincantieri e Stx. Per crescere, si compra fuori».

Se l’ad di Intesa, Carlo Messina, l’avesse cercata per discutere la possibile combinazione, le cose sarebbero state diverse?  

«Non direi. L’avrei ascoltato, è naturale, ma ci sarebbe stato poco da fare: non vedevo e non vedo sinergie. Lo devono aver concluso anche loro, rinunciando al progetto. Sia chiaro: quanto successo non ha mutato la mia idea su Intesa Sanpaolo, una banca di successo per cui nutro grande rispetto».

Il vostro azionista Leonardo Del Vecchio è stato molto duro con Messina. Che cosa ne pensa?  

«Mi tengo lontano dalle polemiche. Noto solo con piacere che Del Vecchio ha detto ottime cose su di me, che mi hanno fatto molto piacere. Sono felice di avere tra gli azionisti grandi imprenditori come Del Vecchio, Caltagirone e De Agostini, o istituzioni finanziarie importanti come Mediobanca».

Ha detto che venderete «a breve» il 3% di Intesa comprato in quella circostanza. Quando è «a breve»?  

«A breve. Non appena si avranno le condizioni ottimali».

Le Generali l’anno prossimo entreranno nella loro terza fase. Come sarà il nuovo piano?  

«Completata la prima fase, la ristrutturazione finanziaria e l’integrazione delle attività italiane, siamo a metà del rafforzamento industriale. Oggi la mia preoccupazione è completare questa seconda parte con successo. Voglio che tutta l’azienda sia focalizzata su questo. Serve a ultimare le fondamenta solide per lo sviluppo».

Qual è la strategia?  

«Abbiamo già cominciato a lavorarci per ottimizzare e rafforzare la presenza internazionale. Intendiamo sviluppare il gruppo in Italia e fuori, dove Europa Centrale e dell’Est sono al cuore della nostra strategia. Lo faremo sempre in modo ordinato, cercando e sfruttando opportunità di sinergie. Ad esempio fare una piccola o media acquisizione in un Paese dove siamo già presenti ci consente di sviluppare tale presenza, rafforzando la nostra posizione di mercato, ci permette di sfruttare sinergie di costi e creare così valore a lungo termine. Usciremo da tredici Paesi dove non vediamo possibilità di eccellere».

Domani presenterete il piano di sviluppo nell’asset management. Cosa può anticipare?  

«L’asset management sarà una fonte aggiuntiva di reddito e di utile per le Generali. Per questo dobbiamo rafforzare la nostra piattaforma di gestione, acquisire competenze. Vuol dire assumere persone, squadre di persone, e anche fare acquisizioni di piccole piattaforme di asset management con alto valore aggiunto e alto livello di specializzazione. Vogliamo rafforzare la capacità di gestire delle asset class che non conosciamo bene. Così non solo saremo capaci di gestire i nostri asset – oggi in parte gestiti da altri – ma anche di proporre tali servizi a terzi. Vogliamo catturare questo valore, è un modo quasi automatico di aumentare i nostri ricavi ogni anno. La nostra parola d’ordine sarà sviluppo, sviluppo, sviluppo».

È necessaria nel gruppo la figura del direttore generale?  

«Oggi come oggi non lo è. Per ora ho bisogno di approfondire la conoscenza del quartier generale, migliorarne il funzionamento. A un certo punto sarà opportuno».

Qualcuno dice che, anche nell’ottica di proteggersi da futuri assalti, le Generali si debbano rafforzare con un aumento di capitale. Lei cosa risponde?

«Al momento non c’è bisogno di un aumento. Se e quando si presenterà un’ottima opportunità per un’acquisizione che lo richieda, ne parleremo con azionisti e in consiglio».

Ritiene che Mediobanca e gli altri principali azionisti siano sufficienti a garantire l’indipendenza del Leone nel lungo periodo?  

«Posso solo dire che sono felice di avere azionisti di lungo termine, da cui mi sento supportato, come capoazienda e nella strategia di sviluppo. Sono molto fiducioso che se un giorno ci sarà una bella opportunità, ci sarà il supporto e il sostegno di tutti gli azionisti. Per il resto non credo alle minacce, il Leone non è una preda. La vera e unica garanzia che c’è è la nostra capacità di creare valore nel breve, medio e lungo termine».

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