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Il discorso del Presidente Draghi e le Assicurazioni. L’obbligo di costruire il cambiamento.

Mario Vatta

Alcuni stralci tratti dal primo discorso tenuto nell’aula del Senato dal Presidente del consiglio Mario Draghi

LO STATO DEL PAESE DOPO UN ANNO DI PANDEMIA

La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse — e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13.

La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

OLTRE LA PANDEMIA

Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così.

Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante.

Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche.

Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Gli spunti riportati inducono a fare alcune riflessioni sul quadro di massima, sociale ed economico, che chi si appresta a guidare il nostro Paese ha appena delineato in occasione del primo intervento pubblico di insediamento alle Camere.

Per molti di noi saranno conferme o smentite delle nostre previsioni sul “dopo pandemia”, e soprattutto sulle conseguenze sociali ed economiche che anche il settore assicurativo dovrà affrontare e possibilmente gestire, traendone le indicazioni necessarie per adattare strategie e obiettivi finanziari.

Le evidenze oggettive già “contabilizzate” dal nostro settore testimoniano le sopravvenute difficoltà nel mantenimento delle quote di portafoglio in essere. Tutte le attività imprenditoriali legate al commercio, ristorazione, ricettività (solo per citarne alcune) sono da tempo ibernate dalla inattività forzata direttamente o indirettamente imposta dalla pandemia, e certamente in affanno nel pagamento dei premi in scadenza, incerte se rinnovare le relative polizze a pari condizioni.

Ogni altro settore, anche se di consistenti dimensioni e fatturati, si trova costretto a rimodellare costi, debiti e investimenti, e le assicurazioni sono frequentemente in cima alla lista delle spese da eliminare o perlomeno contenere.

Il dopo pandemia sarà sottoposto alle conseguenze di quelle “scelte selettive di sostegno” che permetteranno solo alle aziende di marcata o potenziale crescita futura di essere accompagnate nella propria sopravvivenza. Tutte le altre o cesseranno di esistere o dovranno riconvertirsi, impegnandosi a riformare risorse e mezzi nella individuazione di nuove segmentazioni di mercato. E per fare tutto questo impiegheranno tempi lunghi nella progettazione di ridimensionamenti produttivi e di personale. Lo sblocco dei licenziamenti, che seppur rimandato sarà comunque inevitabile, ingrosserà le masse già ora cospicue di lavoratori alla ricerca degli essenziali sostegni di sopravvivenza, coinvolgendo anche quelli a tempo indeterminato che fino ad oggi si sentivano sufficientemente protetti.

La «luce che si riaccenderà» non ci farà vedere il medesimo ambiente che ricordavamo prima che venisse spenta da quel concorrente subdolo e spietato che si chiama pandemia.

Le compagnie di assicurazione, protagoniste purtroppo ancora parziali di ogni scenario economico, saranno anch’esse coinvolte da queste inevitabili crisi di sistema.

Se da un lato continuerà, seppur in misura residuale, il benefico effetto della contrazione del numero di sinistri dovuto alla ingessatura di tante attività individuali e imprenditoriali, dall’altro insorgeranno reazioni contrarie, che impatteranno in misura variabile sui risultati delle compagnie. Questo sarà sostenibile sino a quando saranno solo gli utili a risentirne, senza intaccare i capitali sottostanti. Il cosiddetto «hard market» perdurerà nell’influenzare le scelte assuntive e riassicurative, per costi e condizioni contrattuali, determinando nuovi profili di offerta dei prodotti.

La attuale scelta obbligata, per i dipendenti, del lavoro da remoto sarà probabilmente in larga misura riproposta nel futuro, mettendo in discussione i precedenti investimenti immobiliari che dovranno tener conto dei nuovi indici di sotto occupazione e della loro eventuale rimessa sul mercato, unitamente alle collegate riflessioni sugli effetti occupazionali che ne deriveranno.

Scenari complessi, che dovranno essere interpretati nell’ottica di quella prevedibile nuova realtà sociale, urbanistica e territoriale che fatichiamo ancora ad immaginare.

Un futuro in gran parte stravolto, che rende quanto mai complicato redigere piani preventivi per individuare profittevolmente i nuovi parametri dei bisogni degli assicurati di domani.

Ecco perché il termine «resilienza» continua ad essere irrimediabilmente scorretto se continuiamo ad attribuirgli il significato di capacità di resistenza a urti esterni e di conseguente ritorno alla forma originaria, perchè il «prima» non potremo nè ritrovarlo e nè tantomeno ricostruirlo.

Ognuno dovrà invece dimostrare di possedere la necessaria velocità nel leggere e reagire con flessibilità ai cambiamenti che ancora non immaginiamo, affidando al fattore “tempo” un valore diverso da quello prevalentemente stabile che noi assicuratori siamo stati abituati a misurare.

di Mario Vatta

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