Funding in calo ma ricavi in forte aumento: l’ecosistema entra nella sua fase “adulta” tra AI, gamification e finfluencer

Per il Fintech e l’Insurtech italiano il 2025 ha un’aria diversa dal solito. Non è più tempo dei fuochi d’artificio, delle nuove startup che spuntano come funghi o dei mega-round da prima pagina. È un anno più concreto, quasi più “adulto”, in cui il settore sembra essersi tolto di dosso un po’ di frenesia per concentrarsi su ciò che davvero conta. La ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano lo racconta bene: 485 startup attive, un numero più basso rispetto alle 596 del 2024, segno che qualcosa si è davvero mosso — e non per forza in peggio.
In mezzo c’è un’intensa stagione di acquisizioni, qualche chiusura fisiologica, nuove iniziative che provano a ritagliarsi spazio. È un ecosistema che non si restringe, si assesta. Nel frattempo, i capitali raccolti scendono a 202 milioni di euro nei primi dieci mesi dell’anno. Un -19% che, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare un campanello d’allarme, e invece no. Perché mentre i finanziamenti rallentano, i ricavi corrono eccome. Il valore mediano previsto per il 2025 arriva a 700.000 euro, +29% rispetto all’anno scorso. E quasi metà delle startup è già in break-even.
È come se il settore avesse smesso di contare gli euro che entrano e avesse iniziato a guardare quelli che rimangono. Il tema del funding resta comunque la sfida numero uno, proprio come ammette il 44% delle realtà intervistate. Ma il mercato non è più un campo di battaglia dove vince chi brucia più cassa: oggi domina il pragmatismo. Pochi cercano round sopra i 5 milioni, mentre la maggior parte punta a piccoli round per far evolvere il prodotto o mettere più benzina al commerciale. Nel frattempo, cresce la voglia di andare oltreconfine: 8 startup su 10 vorrebbero internazionalizzarsi, anche se, per ora, solo il 2% dei ricavi arriva dall’estero. Come dire: il passo è ancora corto, ma la direzione è chiara.
La tecnologia, ovviamente, fa da motore. Il 51% usa AI analitica e il 41% Generative AI, un dato che fino a un paio d’anni fa sarebbe sembrato fantascienza. Ma dall’altra parte del tavolo, tra banche e assicurazioni tradizionali, prevale la prudenza. Il 93% dei progetti AI è progettato per disturbare il meno possibile processi, infrastrutture, reputazione. È un po’ come fare un test drive con il freno a mano tirato: si vuole provare, ma senza rischiare. E mentre l’innovazione tecnologica corre, cambia anche il modo di parlare con i clienti. Mission, reward, point: la gamification entra nell’esperienza finanziaria e si prende il suo spazio.
A volte funziona, a volte fa storcere il naso, soprattutto quando rischia di trasformare un investimento in un gioco d’azzardo travestito, quella famosa “gamblification” che gli esperti non smettono di segnalare. Parallelamente, esplode — o meglio, si consolida — il fenomeno dei finfluencer. Sono 48 quelli identificati dall’Osservatorio, perlopiù su Instagram e YouTube. Parlano di investimenti, conti, assicurazioni, fiscalità. E, volenti o nolenti, raggiungono milioni di persone con una facilità che gli operatori tradizionali possono solo invidiare. Il rovescio della medaglia? 7 su 10 non sono iscritti all’albo, quindi serve attenzione, soprattutto per chi vuole collaborare. È un territorio ricco, ma da maneggiare con cura. E poi ci sono le PMI, sempre molto chiare nelle loro priorità: sicurezza, trasparenza, consulenza quando serve davvero. Il digitale piace, ma non fa la differenza. Le challenger bank incuriosiscono ma difficilmente conquistano. Le assicurazioni innovative? Interessanti, ma non ancora indispensabili. Il messaggio è semplice: l’innovazione va bene, ma solo se aiuta davvero. Le parole degli esperti confermano questo momento di passaggio.
“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura del sistema finanziario”, spiega Marco Giorgino. E Laura Grassi aggiunge un pezzo chiave: “Il consolidamento premia la qualità: meno attori, più solidi”. È esattamente la sensazione che si respira: un mercato che non si restringe, ma si rafforza. Che sbaglia meno e costruisce di più. Insomma, meno clamore, più sostanza. E forse, per la prima volta, una vera identità.




