Dall’indebolimento del dollaro ai cyber attacchi fino all’intelligenza artificiale, l’EIOPA lancia l’allarme sul futuro del settore

Sulla carta i numeri sono più che rassicuranti, eppure quando si sfogliano le pagine del rapporto di dicembre dell’EIOPA – l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni – emerge un quadro che invita alla prudenza. Certo, assicuratori e fondi pensione europei mantengono una buona capitalizzazione nonostante il clima economico fragile, ma è proprio guardando oltre le cifre che si scorge un orizzonte pieno di incognite. Non si tratta di allarmismo, semmai di realismo: in un momento in cui la crescita economica fatica a decollare e la cooperazione internazionale vacilla sotto il peso delle tensioni geopolitiche, i rischi si moltiplicano e cambiano volto.
Partiamo dai dati confortanti: il requisito patrimoniale di solvibilità si attesta al 235% per le compagnie vita, al 214% per quelle danni e al 218% per le miste, mentre il coefficiente di finanziamento aggregato dei fondi pensione ha superato il 120%. Insomma, la solidità patrimoniale c’è ed è tangibile. Ma l’EIOPA mette subito le mani avanti: questi risultati potrebbero essere messi a dura prova da una serie di fattori che vanno monitorati con attenzione. Il primo campanello d’allarme riguarda la situazione macroeconomica: sì, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti ha ridotto un po’ di incertezza, però l’imposizione di dazi elevati – si parla del 15% su molti beni europei – ha alzato le tensioni e frenato ulteriormente una crescita già lenta. Il problema vero, sottolinea il rapporto, non è tanto l’entità dei dazi in sé, storicamente elevata, quanto le loro implicazioni sull’economia reale. La frammentazione che ne deriva rischia di innescare un pericoloso ritiro dalla cooperazione internazionale, minacciando quella resilienza globale che finora ha tenuto in piedi il sistema.
E mentre i mercati finanziari sembrano reggere l’urto, c’è da chiedersi se le valutazioni attuali non siano un po’ troppo ottimistiche rispetto all’impatto dei dazi e alle reali ricadute del tanto decantato boom dell’intelligenza artificiale sulla produttività. Passiamo poi a un tema che sta attirando sempre più attenzione: il credito privato. Negli ultimi anni questo mercato è letteralmente esploso: alla fine del 2024 l’esposizione delle compagnie assicurative toccava i 514 miliardi di euro (il 5,1% del totale delle attività), mentre quella dei fondi pensione arrivava a 128 miliardi (il 4,4%). All’inizio la corsa verso questi asset era spinta dalla ricerca di rendimenti più alti in un contesto di tassi bassissimi, ma anche dopo il rialzo dei tassi privi di rischio gli investimenti hanno continuato a crescere. Gli asset privati offrono infatti un premio di illiquidità interessante e vantaggi di diversificazione, cosa che li rende particolarmente appetibili per investitori a lungo termine. Fin qui tutto bene, se non fosse che questi investimenti nascondono insidie non da poco: rischio di credito e di liquidità più elevati, incertezza nella valutazione e persino leva finanziaria nascosta. Mutui e prestiti rappresentano circa due terzi delle esposizioni, seguiti da obbligazioni societarie non quotate e titoli collateralizzati. Il problema è che le esposizioni variano moltissimo da paese a paese e presentano concentrazioni settoriali e geografiche che, in caso di recessione, potrebbero amplificare le perdite invece di garantire quella diversificazione tanto ricercata.
E poi c’è la questione del dollaro. Nel corso del 2025 la valuta americana ha subito un calo considerevole e questo non è un dettaglio da poco, visto che compagnie assicurative e fondi pensione europei detenevano circa 1,8 trilioni di euro in attività denominate in dollari alla fine dello scorso anno. Certo, parte del rischio viene condiviso con assicurati e beneficiari nei portafogli unit-linked e a contribuzione definita, ma resta comunque un’esposizione rilevante. I fondi pensione di solito usano derivati per coprirsi dal rischio di cambio, beneficiando anche della copertura implicita quando dollaro e mercati azionari USA si muovono in direzioni opposte. Per gli assicuratori la faccenda è più complicata: un dollaro debole colpisce non solo gli investimenti ma anche le passività e la redditività complessiva. Per mitigare questi rischi si fa ricorso a strategie di copertura, al matching attività-passività specifico per valuta, alla riassicurazione e alla condivisione del rischio con gli assicurati, ma il monitoraggio costante rimane fondamentale.
Parlando di esposizioni internazionali, gli assicuratori dello Spazio Economico Europeo destinano circa il 13% dei loro investimenti diretti (1,24 trilioni di euro) a strumenti emessi fuori da quell’area. Quasi la metà finisce negli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito con il 22%. Se poi consideriamo le attività cedute, quasi il 28% dei rischi viene trasferito al di fuori del SEE: qui in pole position c’è il Regno Unito con il 42,1%, seguito da Bermuda (26,5%) e Svizzera (22,1%), tutti mercati chiave nella riassicurazione globale. Questi collegamenti richiedono un’attenzione particolare, soprattutto considerando le crescenti tensioni geoeconomiche e i cambiamenti strutturali nel settore, come la riassicurazione ad alta intensità di asset e il trasferimento dei rischi verso poche giurisdizioni.
Ma le sfide non finiscono qui. Il rischio informatico viene definito dall’EIOPA come “una minaccia strutturale persistente”: le interdipendenze tecnologiche che attraversano settori e confini creano vulnerabilità sia agli attacchi dolosi che agli incidenti accidentali, con il potenziale di generare perdite economiche e assicurative enormi anche da un singolo evento. E poi c’è lei, l’intelligenza artificiale, che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato promette miglioramenti nella sottoscrizione, negli investimenti e nella gestione del rischio, dall’altro “potrebbe amplificare le vulnerabilità sistemiche esistenti” attraverso vari canali: comportamenti correlati guidati dall’uso di modelli simili, effetto gregge nelle strategie di investimento, maggiori dipendenze da terze parti, pressioni alla demutualizzazione per via di una segmentazione del rischio sempre più granulare e rischi legati allo sviluppo di mercati che coprono direttamente i fallimenti legati all’AI.




