Data center e infrastrutture digitali: nuove strategie assicurative nell’era dell’intelligenza artificiale
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Data center AI: il nuovo fronte del rischio assicurativo

I data center stanno diventando l’infrastruttura più costosa e più esposta del pianeta. Secondo una ricerca pubblicata dallo Swiss Re Institute, il costo di costruzione di un singolo sito può superare i 20 miliardi di dollari, cifra destinata a raddoppiare una volta installate le unità GPU e i sistemi di raffreddamento avanzati. Il mercato assicurativo globale legato a queste strutture vale oggi 10,6 miliardi di dollari in premi, ma le proiezioni indicano un balzo a 24,2 miliardi entro il 2030. Una crescita che non è solo un’opportunità commerciale, ma un test sulla tenuta tecnica dell’intero comparto riassicurativo.

La spinta arriva dall’intelligenza artificiale. I cinque grandi fornitori di servizi cloud — Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud Platform, Meta e Apple — sono attesi superare collettivamente i 600 miliardi di dollari di investimenti in conto capitale nel 2026, con un incremento del 36% rispetto all’anno precedente. Circa il 75% di quella cifra, pari a 450 miliardi, è direttamente connesso all’infrastruttura fisica ospitata nei data center: server, processori grafici, sistemi di alimentazione ridondante. Il settore crescerà a un tasso annuo composto del 14% fino al 2030, con gli Stati Uniti in testa per velocità di espansione, secondo le analisi di JLL.

La concentrazione geografica è uno dei problemi più sottovalutati. Nello sforzo di reperire spazi sufficienti e fonti energetiche rinnovabili, molti sviluppatori hanno puntato su aree storicamente meno attrattive per l’edilizia commerciale, ma esposte a fenomeni meteorologici estremi. Analizzando i dati del Dipartimento dell’Energia americano attraverso il tool CatNet® di Swiss Re, i ricercatori hanno stimato che oltre un quarto della capacità installata e pianificata negli Stati Uniti si trova in zone dove la grandine intensa si verifica almeno tre giorni all’anno, su una media storica di 64 anni. La situazione è simile se si considerano i tornado: circa il 40% della capacità potrebbe trovarsi in aree classificate come significative o ad alta frequenza di eventi EF1 e superiori, ovvero con venti da almeno 138 chilometri orari.

Non si tratta di statistiche astratte. Un singolo evento tornadico può attraversare un intero campus, danneggiando più edifici in sequenza. Il problema si amplifica quando i siti vengono costruiti in cluster, come accade nelle aree di Abilene in Texas e in Virginia, dove più strutture sorgono entro un raggio di 30 chilometri. In uno scenario estremo, un ciclone tropicale che attraversasse un’area ad alta densità infrastrutturale potrebbe generare perdite cumulate ben superiori a quelle attese da un modello tradizionale di massimo danno probabile su singolo sito.

Sul fronte degli incendi, l’introduzione delle batterie agli ioni di litio ha modificato radicalmente il profilo di rischio. Secondo uno studio quindicennale di FM Global, il fuoco rappresenta solo il 10,9% della frequenza degli eventi nei data center, ma genera il 42,3% dei costi totali dei sinistri. L’integrazione delle batterie di backup nei rack server introduce, come sottolinea la stessa FM Global, «una fonte di innesco che in precedenza non esisteva» nelle sale di elaborazione dati. Le conseguenze possono essere gravi: a settembre 2025, un guasto durante la manutenzione delle batterie presso il centro dati del governo sudcoreano ha causato un’esplosione che ha paralizzato 647 servizi pubblici, compresi i sistemi di emergenza e quelli fiscali. La revisione delle linee guida FM del 2026 ha innalzato i requisiti minimi di protezione antincendio, portando la resistenza al fuoco delle pareti da un’ora a due ore e aumentando la densità degli impianti sprinkler.

Il raffreddamento liquido aggiunge un’ulteriore variabile. I processori GPU di ultima generazione consumano oltre 100 kilowatt per rack, contro i 5-15 kilowatt dei server tradizionali. Per gestire questo calore, i costruttori hanno abbandonato progressivamente il raffreddamento ad aria in favore di sistemi diretti a contatto con il chip. Questi circuiti, però, espongono le strutture a un rischio specifico: le perdite di liquidi da impianti di grandi dimensioni, specialmente se installati da personale non specializzato, possono causare danni estesi agli apparati elettronici. I danni da liquidi rappresentano già il 24% dei costi totali dei sinistri nei data center, secondo i dati FM Global.

L’alimentazione elettrica rimane la principale causa di interruzione operativa, con una quota del 45% secondo il Global Data Center Survey 2025 dell’Uptime Institute. La domanda energetica cresce così rapidamente che alcuni operatori stanno costruendo centrali di produzione direttamente in loco, senza attendere l’allaccio alla rete pubblica. Si stima che circa il 30% della capacità pianificata negli Stati Uniti preveda generazione on-site. Swiss Re segnala che questa scelta introduce rischi nuovi, perché la produzione di energia non è storicamente una competenza core degli sviluppatori di data center. I sistemi di accumulo energetico (BESS) portano con sé pericoli aggiuntivi: incendio, esplosione, emissione di gas tossici.

Il rischio cyber merita una riflessione separata. I data center che ospitano dati di clienti sono bersagli primari per gli attacchi informatici, come dimostrato da recenti episodi di interruzione del servizio. Ma anche le strutture degli hyperscaler, spesso percepiti come più sicuri grazie al controllo totale sull’infrastruttura, stanno accumulando vulnerabilità: la crescente connessione in rete dei sistemi operativi — raffreddamento, alimentazione, sicurezza, monitoraggio — apre superfici di attacco che fino a pochi anni fa non esistevano.

Per gli assicuratori, la sfida più complessa rimane quella dell’accumulo. I grandi data center vengono spesso presentati al mercato con polizze separate per edificio, macchinari e impianti di produzione energetica, rendendo difficile per i sottoscrittori avere una visione consolidata dell’esposizione reale. Un singolo evento fisico potrebbe così colpire più programmi assicurativi contemporaneamente. La trasparenza sull’accumulo è la condizione necessaria per una gestione sostenibile del rischio, conclude Swiss Re Institute, insieme alla necessità di competenze tecniche specializzate in sede di sottoscrizione. Le strutture di nuova generazione sono ancora poche e quelle completamente operative ancor meno: i dati storici di sinistro sono scarsi, e il mercato si muove più velocemente della capacità del settore assicurativo di valutarlo con precisione.

Leggi anche: https://www.intermediachannel.it/2026/03/19/swiss-re-entra-nel-mercato-usa-con-unoperazione-da-2-miliardi-la-longevita-diventa-un-rischio-da-riassicurare/

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