
(di Cristina Casadei – Il Sole 24 Ore)
Quanti saranno gli iscritti della neonata Federazione italiana reti dei servizi del terziario, First, nata dalla fusione tra i bancari della Cisl e i dirigenti del Dircredito, lo certificheranno i dati Abi a fine anno. Centomila, qualche migliaia in più o in meno si vedrà. Certamente non sarà irrilevante anche la conta. Per ora ad essere rilevante è l’aspetto politico della fusione che per il segretario generale Giulio Romani (nella foto) non è che l’inizio di un percorso ben più vasto. L’unità dei sindacati bancari, oggi solo di tavolo, perché non potrebbe evolvere in forma federativa, ripercorrendo e aggiornando il modello della vecchia Federazione sindacale unitaria? Ieri, alla presentazione di First, Romani ha rilanciato un’idea la cui primogenitura, come lui stesso ha voluto ricordare, è del segretario generale della Fisac Cgil, Agostino Megale. «Penso sia altrettanto importante il ruolo di chi a quelle idee decide di dare la spinta propulsiva necessaria a trasformarle in azioni», spiega Romani. Nella sua relazione il sindacalista parla di «una nuova unità le cui regole saranno da scrivere tra le organizzazioni che ne vorranno far parte». Il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, osserva che «non serve un sindacato unico. Noi siamo per un sindacato pluralista e nel frattempo facciamo grande la Cisl con l’allargamento della rappresentanza nel settore del credito-finanza». Maurizio Arena, segretario generale aggiunto, parla di «progetto nuovo in cui crediamo molto. È la prima volta che mettiamo insieme tutte le categorie e abbattiamo uno stereotipo che è quello del sindacato che non si riesce a rinnovare».
L’unità del tavolo è un aspetto da non sottovalutare sia tra i bancari che tra gli assicurativi, secondo il sindacalista. Del resto gli impatti negativi della frammentazione si fanno vedere. Come «il lungo percorso che ha portato, infine, a pattuire un rinnovo per il ccnl Abi» o come in Ania «i contrasti tra le associate, rischiano di influenzare negativamente il negoziato per il rinnovo del ccnl a cui Unipol, cosa che noi non auspichiamo, potrebbe scegliere di non partecipare». L’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri, spiega che «il fatto che siamo usciti dall’Ania vuol dire che non facciamo parte della delegazione. La decisione politica è stata presa e va al di là dei tempi burocratici di uscita». Riguardo al prossimo contratto «seguiremo i lavori delle delegazioni di cui non faremo parte e poi valuteremo se adottare il contratto nazionale o meno», continua Cimbri.
Nell’era della deflazione, in casa Cisl, si dice chiaramente che servono nuovi modelli contrattuali. Il problema delle aziende italiane, dice Furlan, «non è il costo del lavoro, ma la produttività del lavoro». Romani aggiunge: «Concordo sul fatto che parte del salario deve essere legata alla produttività. Dobbiamo però definire che cosa intendiamo per produttività e se questo è un paese che vuole investire sul suo futuro o su una trimestrale». Per questo «è urgente e importante che si definisca il nuovo modello contrattuale rafforzando il secondo livello contrattuale – continua Furlan –. Stiamo discutendone informalmente con Cgil e Uil su come affrontare il tema del modello contrattuale che è scaduto e deve essere rivisitato e riorganizzato. Noi non vogliamo che il governo legiferi sui contratti. Questa è una materia che appartiene alle parti sociali». Certamente un altro tema di cui per Romani bisognerà discutere è quello della partecipazione: «I tempi sono maturi per sperimentare forme di condivisione del governo dei processi e della governance delle imprese». E lo stesso ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha partecipato alla tavola rotonda con Bruno Tabacci, Tiziano Treu, Carlo Cimbri e Piero Giarda, dice che «la partecipazione è un obiettivo su cui puntare in un quadro di maggior condivisione ma anche di maggiore corresponsabilità».




