l risparmio previdenziale degli italiani è in media di 1.478 euro a testa, contro i 72 mila degli svizzeri. Eppure l’Italia è il quinto Paese al mondo per ricchezza pro capite. Però servono investimenti a lungo termine e anche più made in Italy nei fondi
Ogni inglese dispone di oltre 30 mila euro investiti in asset previdenziali. E in Gran Bretagna il rapporto tra patrimonio dei fondi pensione e pil è pari al 111%. In Svizzera addirittura il tesoretto previdenziale di ciascuno è pari a 72 mila euro. Mentre in Italia ogni cittadino ha un patrimonio nelle pensioni di scorta di 1.487 euro. Il dato che emerge dall’Asset allocation survey di Mercer colpisce soprattutto se raffrontato con il fatto che le famiglie italiane hanno 3.500 miliardi investiti in attività finanziarie e l’Italia è il quinto Paese al mondo per ricchezza pro-capite. Una ricchezza parcheggiata soprattutto in investimenti a breve termine. Certo i fattori che hanno portato a questa cultura del breve termine sono numerosi. A partire dall’eredità dei Bot people abituati a ricevere da titoli considerati senza rischio rendimenti a doppia cifra. Ma anche la tranquillità di uno stato sociale generoso sia in termini di previdenza sia di assistenza. Oggi la situazione è cambiata. Ma l’idea che l’assegno pensionistico pubblico sarà magro non è ancora così percepita dai lavoratori anche in mancanza della famosa busta arancione (una lettera che dovrebbe stimare quando e con quale assegno si potrà dire addio al lavoro sul modello di quanto avviene in Svezia), più volte promessa, per ora non è mai arrivata. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è tornato sul tema in occasione della relazione annuale dell’Inps, senza dare dettagli sulle modalità ma assicurando che la sperimentazione sarà avviata entro fine anno. «La previdenza ha un forte impatto sulla pubblica opinione e c’è bisogno di ricostruire elementi di certezza indispensabili per creare cultura previdenziale», ha detto Poletti, aggiungendo che il ministero e l’Inps lavoreranno insieme per far partire un’informativa «con un buon tasso di profondità e un tasso di certezza che deve essere vicino al 100%», per poi affinare man mano la comunicazione.
Quando questo avverrà si tratterà di un passo avanti importante, ma perché le risorse finanziare vengano destinate di più al lungo termine c’è anche bisogno di un passaggio ulteriore. Infatti lo stock di ricchezza oggi è soprattutto detenuto da chi in realtà il problema della pensione non ce l’ha perché in pensione è già andato e con un ben più generoso assegno retributivo. Così l’idea di investire la ricchezza con una prospettiva di lungo termine fa proprio fatica a prendere piede. Eppure è questa la strada che potrebbe permettere di raggiungere due obiettivi. Sia garantire un’adeguato assegno di scorta a chi in futuro potrà contare su un magro assegno Inps, sia convogliare risorse verso l’economia del Paese alle prese con una recessione che ormai dura da oltre sei anni. D’altronde i fondi pensione da tempo sono in attesa di una revisione delle norme che riguardano l’universo in cui possono investire. A giugno 2103 si conclusa la fase di consultazione per il decreto interministeriale sui limiti di investimento dei fondi pensione e sulla regolamentazione dei conflitti d’interesse. Il nuovo provvedimento del ministero dell’Economia aggiorna e rivede il decreto del ministero del Tesoro del 21 novembre 1996. L’obiettivo è adeguare la regolamentazione al mutare dei tempi finanziari e all’evoluzione normativa stessa alla luce del recepimento della direttiva europea sui fondi pensione. Un’occasione quindi per ammodernare l’asset allocation. Una necessità ricordata anche dal presidente della Covip Rino Tarelli che, in occasione della presentazione della relazione annuale dell’ente di vigilanza, ha sottolineato come la nuova disciplina tenga conto dell’innovazione e integrazione dei mercati finanziari, dell’estensione del novero degli strumenti finanziari e della loro maggiore complessità, dell’evoluzione della normativa di settore a livello nazionale e comunitario. E se si va a vedere l’asset allocation dei fondi pensione italiani si scopre quanto un cambio di passo sia auspicabile. A fine 2013 in base ai dati Covip il patrimonio dei prodotti destinati alla pensione di scorta era pari a 86,8 miliardi di euro e di questi il 61% è investito in titoli di debito, il 16% era investito in azioni e il 13% in quote di organismi di investimento collettivo del risparmio (oicr).
Quindi Tarelli sottolinea che se si escludono i consistenti investimenti in titoli dello Stato italiano, la quota di patrimonio che le forme pensionistiche complementari destinano al supporto dell’economia italiana è limitata. Alla fine del 2013 l’investimento in titoli di emittenti italiani era pari a 26,1 miliardi di euro, ossia il 30% del totale. Ma di questi, 24 miliardi erano costituiti da titoli di Stato, circa l’1,4% dello stock dei titoli del debito pubblico in circolazione. Questo vuol dire che il 91% del totale dell’esposizione all’Italia è rappresentato solo da titoli del Tesoro. Mentre i titoli emessi da imprese italiane presenti nei portafogli dei fondi pensione ammontano a 2,1 miliardi di euro (2,5% del totale): di questi, 1,4 miliardi si riferiscono a titoli di debito e 0,7 miliardi a titoli di capitale, per la quasi totalità rappresentati da titoli quotati. Le imprese non quotate sono presenti per un ammontare trascurabile. «In qualità di investitori istituzionali», interviene Tarelli, «le forme di previdenza complementare possono rappresentare un importante canale di apporto di risorse finanziarie alle imprese nazionali, in piena coerenza con la missione prioritaria di fornire una prestazione pensionistica adeguata al termine della vita lavorativa di ciascuno». Secondo il presidente di Covip un maggiore contributo al finanziamento delle imprese italiane e delle infrastrutture sarebbe coerente con la fase di maturazione dei fondi pensione nazionali in cui risultano accresciute consapevolezza e competenza con cui le strutture di governo dei fondi definiscono il processo di attuazione della politica di investimento e la capacità di selezione e monitoraggio di strumenti di investimento adeguati rispetto agli obiettivi di redditività e rischio.
Dal punto di vista dei gestori che oggi hanno il maggior numero di mandati affidati dai fondi negoziali in base all’ultima analisi condotta da Mefop, risulta che il primo player in base al patrimonio gestito al 30 marzo è Eurizon Capital con una quota del 11,3%. Segue Pioneer con 1’11%, mentre Unipol e Generali gestiscono il 10,6 e il 10,2% degli asset. Quindi i primi quattro italiani rappresentano oltre il 40% del mercato. Ma non mancano anche esteri che hanno conquistato posizioni importanti. Per esempio in classifica si trovano State Street e Credit Suisse con una quota di mercato rispettivamente dell’8,5 e del 5,5%. Se invece sotto la lente finiscono i rendimenti da inizio anno, quello medio dei fondi negoziali si è attestato al 3,9% contro una stima di rivalutazione lorda del Tfr (sempre nel primo semestre) dello 0,96%. In particolare sono stati premiati i comparti più esposti alle azioni. A partire dal comparto Crescita di Telemaco, che da inizio anno ha messo a segno un 15,1%. Il comparto negli ultimi cinque anni ha registrato una performance del 50,8%.
Autore: Roberta Castellarin – Milano Finanza (Estratto articolo originale)



