Opinione della Settimana

Rischio d’impresa, sale l’attenzione: capi azienda in campo e più risorse

Rischio - Analisi - Gestione Imc

(Autore: Marco Frojo – Repubblica Affari & Finanza)

Un sondaggio di FERMA rivela che gli organi direttivi dei grandi gruppi europei sono sempre più orientati al controllo del processo di risk management

La gestione del rischio è l’elemento fondante di qualsiasi attività finanziaria e riveste un ruolo molto importante anche in quelle industriali. Non sempre, però, la rischiosità di un’operazione viene correttamente valutata in base al suo probabile rendimento ed è in questi casi che si incorre in perdite o difficoltà. Quando interi mercati perdono la bussola nella gestione del rischio si creano le bolle finanziarie e alla loro esplosione l’importanza del risk management viene riscoperta.

Questo è puntualmente successo all’indomani della crisi che ha scosso il sistema finanziario mondiale a partire dal 2007. Non solo le istituzioni finanziarie ma anche molte aziende hanno rafforzato la gestione del rischio affidandosi alla figura del risk manager. Il compito di costui è quello di individuare e analizzare i potenziali rischi in cui può incorrere un’azienda, studiare delle strategie per ridurli e indicare quali possono essere assicurati e quali non sono assicurabili. In aggiunta alle iniziative delle singole imprese va poi ricordata l’introduzione delle regole di Basilea III, che impongono alle istituzioni finanziarie una gestione molto meno rischiosa rispetto al passato. Le banche devono oggi essere più patrimonializzate e di conseguenza devono ridurre la leva con cui operano; inoltre sono state riviste profondamente le regole per i derivati che, spesso, non vengono trattati su mercati regolamentati ma sul cosiddetto Otc (Over the counter), ovvero al di fuori dei circuiti borsistici ufficali. I cambiamenti più profondi sono però senza dubbio quelli che si sono verificati su iniziativa delle singole società.

Da un’analisi condotta da Ferma, la Federazione di Risk Management Europeo, emerge che gli organi direttivi delle aziende europee sono sempre più orientati ad un maggior controllo del processo di Risk Management, integrandolo nella strategia globale dell’aziende. Il sondaggio indica come nel 27% dei casi la responsabilità diretta è assunta dall’amministratore delegato o dal direttore finanziario, mentre il board nel suo complesso è responsabile nel 14% delle aziende. Inoltre, più della metà delle aziende intervistate, il 56%, ha detto di aver aumentato nel corso del triennio 2010-2012 le risorse destinate all’istruzione e alla formazione per le funzioni di Chief Risk Officer. La maggior parte delle aziende europee ha infine dichiarato di avere in atto processi di formazione e di aggiornamento per mantenere costantemente informati il board e gli alti dirigenti sull’esposizione al rischio dell’impresa. I settori considerati più rischiosi e dunque maggiormente sottoposti ad attività di risk management sono l’area strategica per il 63% degli intervistati, l’area finance per il 55%, IT/data privacy per il 44%, Legal and regulatory compliance per il 44%, Brand/reputation per il 42%, Market/competitive per il 42%, l’area tecnologia per il 41%.

La situazione italiana, pur andando nella stessa direzione di quella del Vecchio Continente, mostra tuttavia un certo ritardo. Questo vale in particolar modo per le piccole e medie imprese che sono la struttura portante dell’economia del Belpaese. Secondo l’ultimo Osservatorio Permanente sul Risk Management nelle Pmi italiane di RiskGovernance-Politecnico di Milano, le aziende italiane hanno sì “avviato percorsi di rinnovamento” per far fronte alla crisi ma, almeno per ora, “hanno trascurato gli aspetti legati al rischio”. «L’indagine ha evidenziato tre aspetti su cui riflettere. Prima di tutto il rischio, in mancanza di un’adeguata cultura, è percepito dalle Pmi solo come un fattore di negatività o non come opportunità di crescita. In seconda battuta, le imprese riconoscono come rischio solo quello finanziario, che peraltro spesso è conseguenza di una mancata attenzione ai rischi gestionali, trascinando per l’appunto l’analisi e la gestione dei rischi d’impresa — spiega Adolfo Bertani, Presidente di Cineas, consorzio universitario attivo nella diffusione della cultura del rischio —. Ed è una chiara dimostrazione di questo pericoloso atteggiamento l’ignoranza diffusa, evidenziata dall’Osservatorio Cineas, sui termini della legge 231 del 2001, ovvero di quella normativa che estende la responsabilità penale alle imprese. Solo il 16,8% delle Pmi coinvolte dall’indagine è a conoscenza della normativa che pure potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza delle aziende ben più di una temporanea stretta sul credito bancario».

Due Pmi su tre (63%) non utilizzano tecniche di gestione del rischio, mentre una su tre (37%) valuta i rischi in maniera formale e con un processo strutturato, una percentuale in decisa crescita rispetto al 10% fatto registrare nella rilevazione del 2012. L’assenza della figura del Risk manager è da attribuire principalmente a due cause, l’incidenza del costo per l’impresa e il reale disinteresse per la funzione, intesa esclusivamente come formale. Un altro piccolo ma importante segnale della crescente consapevolezza della necessità di gestire in maniera professionale il rischio viene infine dalla spesa in tale ambito nelle Pmi. Ebbene, se nel 2012 veniva investito solo lo 0,3% del fatturato, nel 2013 questa percentuale è salita al 3,8% nelle aziende con oltre 10 milioni di fatturato.

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