Opinione della Settimana

Il risparmio previdenziale non è speculativo

Pianificazione previdenziale Imc

(Autore: Renzo Guffanti, Presidente Cnpadc – Il Sole 24 Ore)

L’apertura di dialogo con le istituzioni non trova riscontro nelle scelte del legislatore

Sono ormai trascorsi 20 anni dal momento della privatizzazione delle Casse dei professionisti, avvenuta nel lontano 1994, che ha comportato per la Cnpadc il farsi carico di un deficit implicito originato dal generoso sistema di calcolo vigente, che avrebbe a lungo termine causato danni irreversibili a un sistema giovane e demograficamente in rapida espansione, se non si fosse intervenuti con pesanti provvedimenti correttivi. Parliamo di un’assunzione di debitodella quale hanno beneficiato, e per lungo tempo ancora lo faranno, le Casse di uno Stato, che dopo essersi trovato sgravato da un onere previdenziale “monstre”, continua ad assaltare le (altre) Casse, quelle dei professionisti, immaginandole con l’aiuto del legislatore a volte private e a volte pubbliche secondo alterne, e spesso contraddirtene, convenienze.

Date queste premesse, l’anno 2004 ha rappresentato per la Cnpadc lo spartiacque tra un generoso e allegro passato e un futuro più solido, ma impegnativo.

La Cassa, infatti, di fronte a proiezioni da bilancio tecnico che dimostravano in maniera impietosa un trend profondamente deficitario, si è impegnata per rendere credibili e sostenibili le promesse previdenziali, passando attraverso una riforma strutturalmente difficile, soprattutto per gli iscritti più giovani, in termini di maggiori contributi e minori prestazioni.

Aver messo in sicurezza per tempo le pensioni degli iscritti ha fornito alla Cassa il giusto slancio per proseguire un percorso di ammodernamento del sistema, con l’attenzione concentrata sull’adeguatezza delle prestazioni, indebolite dagli interventi necessaria ripristinare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo.

È chiaro che la ricapitalizzazione del deficit implicito generato dal preesistente sistema, e l’accumulo dei montanti destinati a trasformarsi in pensioni necessitano di un costante monitoraggio e di una gestione oculata, mentre solo una lettura miope della situazione potrebbe portare a ritenere che le riserve accantonate negli ultimi anni siano equiparabili a utili non distribuiti a fronte di una attività commerciale, o speculativa, con cui lucrare rendite.

Al contrario, si tratta di puro “risparmio previdenziale” con cui far fronte alle promesse di trattamenti appena decorosi nel lungo periodo.

Tutti sanno che la funzione principale della Cassa è quella previdenziale, cui si affianca una seria politica assistenziale.

Non ci sono altri interessi all’orizzonte se non quelli degli associati, con particolare riguardo alle nuove generazioni che sono quelle su cui grava il doppio onere di contribuire per se stessi e ripianare gli squilibri creati dalle vecchie regole di quando le Casse erano pubbliche, al prezzo di pensioni mediamente inferiori del 35-40% rispetto al passato.

Così, nella ricerca di strumenti adatti a rendere gli assegni pensionistici più equi e, soprattutto, più consistenti, la CNPADC ha ritenuto opportuno progettare una politica di investimenti che si sviluppasse su due differenti binari:

  • cercare di ottenere rendimenti netti adeguati dai tradizionali strumenti finanziari, che la stessa detiene normalmente in portafoglio;
  • cercare di stabilire un percorso di stretta collaborazione con i principali interlocutori istituzionali, per dare un concreto sostegno all’economia reale del Paese, destinando una parte delle risorse disponibili in iniziative che prevedano condizioni di sicurezza e un rendimento nell’ottica del lungo periodo, secondo tempistiche facilmente adattabili alla logica con cui opera la previdenza.

Dopo aver visto la tassazione sulle rendite salire dal 12,5% al 20%, ostacolando in modo sensibile l’obiettivo di una maggiore adeguatezza delle prestazioni, incurante dell’impegno che la nostra Cassa, e molte delle altre realtà Adepp, hanno più volte dimostrato nel voler sostenere e rigenerare, in un momento particolare per l’economia nazionale, lo sviluppo del Sistema Paese, le previsioni contenute nella legge di Stabilità 2015, di portare il prelievo sulle rendite finanziarie della Cassa al 26%, risultano inspiegabili e contraddittorie.

Ancor più contraddittorie se si considera che un sacrificio anche maggiore viene imposto ai fondi gestori della previdenza complementare, che si stavano impegnando su un percorso parallelo al nostro, rispetto al rilancio dell’economia, e che nell’intero panorama europeo lo schema abitualmente adottato per la tassazione degli enti omologhi alle Casse è quello Eet (esente il versamento – esente la maturazione – tassata l’erogazione), con l’eccezione di Danimarca e Svezia, dove l’aliquota è nell’ordine del 15%, e il sistema di sicurezza sociale non è nemmeno lontanamente paragonabile al nostro.

Sappiamo perfettamente, d’altra parte, solo per dare qualche numero a dimostrazione di una ostilità fiscale ben poco razionale, che:

  1. in generale, la fiscalità delle Casse di previdenza private e privatizzate pesa 400 milioni circa, rispetto ai più di 800 miliardi di uscite complessive dello Stato, si tratta dello 0,05% del bilancio;
  2. in particolare, nel 2013, la Cnpadc ha versato imposte sostitutive su rendite finanziarie per circa 44 milioni (più 30 milioni rispetto al 2011).

Di fronte a questo quadro bisogna dare massima informazione rispettoa cosa potrebbe significare oggi un incremento dell’aliquota al 26% e a quali potrebbero essere i danni previdenziali che graverebbero sulle future generazioni, sacrificate al “Moloch” della spesa corrente, in un bilancio, quello dello Stato, che necessita di ben altri interventi strutturali.

Un bilancio che potrebbe avere ulteriori ampi benefici da una trasparente collaborazione tra tutte le istituzioni chiamate a costruire, gestire, sorvegliare lo sviluppo economico del Paese, nel segno di un corretto impegno previdenziale, e che rischia, al contrario, di vedere le risorse dirottate in altre direzioni.

Benefici che diventerebbero addirittura fondamentali per evitare il compiersi di un “delitto”: quello di avere – sulla base di quanto previsto dalla normativa pubblica e a fronte di un Pil negativo – i montanti dei lavoratori svalutati rispetto ai contributi realmente versati, arrivando ad un aberrante paradosso: un ulteriore depauperamento delle future prestazioni previdenziali, non solo perché i rendimenti sul montante vengono falcidiati, ma perché addirittura viene svalutato il montante stesso.

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