Per uno sviluppo duraturo servono incentivi e una corretta comunicazione. Il Pil negativo condiziona i futuri assegni e corregge al ribasso le previsioni
Perché un sistema pensionistico nel suo complesso funzioni in un Paese maturo, occorre che ci sia una precondizione generale e almeno due presupposti fondamentali.
Anzitutto occorre che il Governo (o i Governi che si succedono) quindi la politica in generale, abbiano un progetto di welfare; cioè conoscano a fondo la situazione economica, di gettito fiscale e contributivo e demografica attuale e futura con proiezioni almeno a 50 anni (tutti dati assolutamente disponibili).
Poi occorrono due presupposti:
- incentivi alla previdenza complementare senza i quali è difficile far partire un sistema di welfare complementare sul modello beveridgiano;
- una costante ed efficace comunicazione e informazione sulla situazione pensionistica di tutti ed in particolare dei giovani post 1996.
Senza queste condizioni temiamo che l’intero sistema del welfare nazionale sia a rischio.
Gli incentivi
Per incentivi intendiamo almeno il ripristino della tassazione sui rendimenti dei fondi all’11% (anche meno se possibile) portando però la stessa sul “maturato” al momento del riscatto del montante finale come avviene per tutto il risparmio gestito. Solo la fantasia di Vincenzo Visco e Giulio Tremonti poteva immaginare di tassare i rendimenti annualmente, con enormi problemi di contabilità e di calcoli fiscali. E infatti dopo qualche tempo si è tornati per tutto il risparmio gestito alla tassazione al momento del riscatto finale delle prestazioni, lasciando però solo i fondi pensione con tassazione annua come se il risparmio previdenziale fosse meno importante di quello meramente finanziario.
Per non farsi mancare nulla, anziché eliminare il fenomeno della doppia tassazione sulle pensioni delle Casse dei liberi professionisti si è passati dal 12,5% al 20% e, se passa la legge di stabilità così com’è, si andrà al 26 per cento.
Ancora: distrutti quindici anni di sforzi per convincere i lavoratori ad usare il proprio Tfr come “libretto di risparmi” per la loro pensione complementare ed anche per una serie di bisogni tipici della vita. Tfr in busta paga come avevano proposto altri politici di fama in precedenza (tra cui Umberto Bossi e Giulio Tremonti). Ma ancora – anziché favorire le imprese in un momento in cui il credito si è rarefatto – cosa ha pensato il Governo guidato da Romano Prodi? Anziché far partire il decreto 252/05 che con tanti sforzi di tutti (parti sociali comprese) prevedeva libertà di scelta e incentivi per le imprese, Visco, dopo le mirabolanti introduzioni di Irap e equalizzatore (autentici sconquassi sociali) ritenne che se il lavoratore desiderava lasciare il Tfr in azienda ma la stessa occupava più di 50 dipendenti, il Tfr passava all’Inps ma non nelle passività (come accade per le imprese) ma nelle entrate. Potenza della politica!
L’informazione
Per informazione intendiamo un’azione del Governo che dica la verità sui futuri tassi di sostituzione, cioè sulle pensioni future dei giovani; una busta arancione che serva per immaginare i redditi da pensionato.
Secondo i dati governativi forniti dalla Ragioneria generale dello Stato, le future pensioni in rapporto all’ultima retribuzione, cioè i tassi di sostituzione, paiono più che buoni; si va dal 73 al 79% per i dipendenti e dal 64 al 71% per i lavoratori autonomi. Ma le proiezioni considerano uno sviluppo del Pil reale dell’1,57%, un’inflazione del 2% e una crescita delle retribuzioni individuali reali dell’1,51% (con produttività pari al +1,53% annuo). Ma cosa è successo veramente negli ultimi anni? Nel periodo dal 2008, anno d’inizio della grande crisi economica alla fine del 2014 (proiezione sulla base dei dati di consenso) avremmo dovuto avere una crescita del Pil reale pari al 10,984% (seguendo la formula base della legge Dini che prevede un Pil reale di periodo pari all’1,5%) e ancor di più sulla base delle ipotesi della Ragioneria sopra indicate. Invece la rivalutazione in termini reali dei montanti contributivi è stata pari al -4,541 per cento. Risultato, ad oggi, in termini di rivalutazione dei contributi versati, siamo sotto di circa il 16 per cento.
Le cose non vanno meglio sul versante delle retribuzioni individuali che da tempo crescono poco (meno dell’1,51% previsto e a volte si riducono addirittura) e con modestissime prospettive di crescita nei prossimi anni.
Il combinato disposto di quanto detto determina due enormi punti di debolezza:
- i veri tassi di sostituzione dovranno essere rivisti al ribasso di almeno 10 punti percentuali cioè sotto il 70% per i lavoratori dipendenti e sotto il 60% per gli autonomi;
- i redditi e salari su cui calcolare queste prestazioni saranno bassi e in media, per il grosso dei lavoratori, (secondo i dati dell’agenzia delle Entrate) non oltre i 1.100 euro al mese. Il 60% di 1.100 euro fa 660 euro, cioè poco sopra la pensione minima.
- Inoltre, per coloro che hanno iniziato a lavorare dal gennaio del 1996 non sono più previste né le integrazioni al minimo né le maggiorazioni sociali di cui oggi usufruiscono circa sei milioni di pensionati su 16,5 milioni (oltre il 36%) non contando le pensioni e gli assegni sociali (che restano nella veste di assegno sociale) e le pensioni di guerra.
Non è certo una bella prospettiva per i nostri futuri pensionati poveri. Attenzione, quindi: l’assenza di un progetto welfare porta a queste decisioni errate e ondivaghe che se portate avanti possono creare le premesse per una autentica “bomba sociale” che potrebbe scoppiare in un momento in cui le finanze pubbliche saranno sotto pressione e il Paese sarà nel pieno di un pesante invecchiamento della popolazione.
L’aumento della tassazione dei rendimenti dei fondi pensione (che non sono rendite finanziarie, come qualche impreparato membro del Governo ha affermato), produrrà non solo una riduzione significativa (circa l’8%) delle pensioni complementari ma ingenererà una pesante sfiducia tra i lavoratori; e questo rappresenta l’inizio della crisi di sistema.





