Opinione della Settimana

Calamità naturali, conto da 3,7 miliardi l’anno

Genova - Alluvione (2) Imc

(di Jacopo Giliberto – Il Sole 24 Ore)

Quasi sei milioni di cittadini a rischio alluvione. Polizze contro le catastrofi frenate dalla fiscalità. Coletta (ad Swiss Re Italia): «Il Paese è sottoassicurato per i beni a rischio. Siamo all’1%, contro il 90-95% della Nuova Zelanda»

Le compagnie di assicurazione sono in allarme: il cambiamento del clima esiste davvero, anche in Italia gli allagamenti sono sempre più frequenti, molte più colture e derrate vanno disperse (con i rischi per le piccole e medie imprese che esportano il pregiato cibo made in Italy) e il valore dei beni distrutti cresce. Sono a rischio di allagamento grave 5,8 milioni di italiani e un decimo della nostra superficie. Sono alcuni degli elementi di studi appena completati che saranno presentati martedì all’Expo nel padiglione svizzero da Carlo Coletta, amministratore delegato della Swiss Re Italia, uno dei colossi mondiali della riassicurazione.

Le società di riassicurazione sono quelle che assicurano le compagnie assicurative o interi Stati per i quali risarcire un grave evento può essere fatale.

«Dal ’44 la media dei danni economici subiti dall’Italia per eventi catastrofici come terremoti, allagamenti e altri fatti terribili è pari a 3,7 miliardi l’anno, in valore attualizzato», osserva Coletta. Con il tempo, aumentano i valori esposti perché ci sono sempre più case, strade e fabbriche, perché aumentano le probabilità di rischio, perché l’intervento umano può aggravare il pericolo (come nel caso delle costruzioni abusive nelle zone alluvionabili). Il terremoto dell’Emilia-Lombardia del maggio 2012 non è stato il più catastrofico della storia italiana in termini di vittime, ma è di gran lunga fra i peggiori in valutazione dei danni: 13 miliardi di euro contro i 2,7 miliardi del terrificante sisma dell’Aquila del 2009. E lo Stato ha i conti sempre meno floridi per eventuali — ma probabili — risarcimenti alle popolazioni colpite.

Quei troppi italiani che alla cintura di sicurezza preferiscono l’immaginetta benedetta sul cruscotto costituiscono un problema di “protection gap”, di divario nella copertura del rischio. «Negli eventi catastrofici l’Italia è sottoassicurata — dice Coletta — attorno all’1% dei beni a rischio contro il 90-95% della Nuova Zelanda». In Italia lo Stato è percepito dai cittadini come l’assicuratore di ultima istanza: è quello che dovrebbe prevenire i rischi (imponendo regole costruttive che pochi seguono) e risarcendo chi ha subito danni (ma i bilanci sono sempre più esangui).

«Le attività produttive sono più propense ad assicurarsi perché sono più allenate alla gestione del rischio, il 40% di esse si è coperta, ma i singoli cittadini non vi fanno ricorso», aggiunge. E nemmeno gli enti pubblici sono poco propensi ad assicurare le loro infrastrutture come i ponti, gli acquedotti o le strade: e poi quando si tratta di riparare la strada travolta dalla frana questi enti pubblici non riescono a trovare le risorse. Ciò produce un fenomeno che gli assicuratori chiamano antiselezione, cioè una selezione negativa. Si coprono contro gli eventi più dannosi solamente coloro che sono evidentemente già esposti al rischio più grave, e ciò costringe a polizze più care (e più rare) perché il rischio di risarcimento si concentra in pochi clienti con molte possibilità di danno. La soluzione, secondo molti esperti, sarebbe un’assicurazione obbligatoria analoga a quella dell’auto, ma sarebbe percepita in modo impopolare come una gabella.

Le compagnie di riassicurazione già propongono agli assicuratori strumenti adeguati, con sistemi che riescono ad analizzare il rischio con una finezza che arriva al singolo Cap. Il rischio varia anche secondo la tipologia di evento da controbattere: i terremoti hanno effetti studiati da millenni, fin da quando Plinio il Vecchio s’arrampicò sulle falde del Vesuvio, nel 79 dopo Cristo, per studiare l’eruzione di Pompei mentre avveniva, ma invece gli allagamenti non hanno regolarità e bastano pochi metri di distanza per condannare un edificio e salvarne un altro. Ma se ci sono gli strumenti di mercato, manca un meccanismo che smantelli quell’antiselezione che fa rincarare le polizze e limita la copertura a pochi consapevoli.

«Basterebbe una partnership fra pubblico e privato — propone Coletta — per ridurre i rischi, anche attraverso mezzi (anche fiscali) che consentano ai cittadini di accrescere la sicurezza. Per esempio basterebbe agire sulla leva fiscale per alleggerire le imposte pesantissime che paralizzano le polizze contro le catastrofi, come fanno altri Paesi».

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