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Povera Italia, l’ex Bel paese ha il più alto protection gap per i rischi climatici in Europa

Riccardo Sabbatini

Siamo il paese più a rischio d’Europa! O meglio, siamo il paese (assieme alla Slovacchia) che attualmente registra il più ampio gap nel Continente tra la stima dei danni attesi per le catastrofi naturali e il livello di copertura assicurativa dei medesimi rischi. E’ il protection gap che nel cosiddetto “Bel paese” è 2,4 volte più ampio di quello medio del Continente. Con l’ulteriore differenza che, mentre nella media europea la forbice si sta restringendo – l’indicatore della media storica e della stima attuale è rispettivamente 1,4 e 1 – in Italia si sta invece allargando (da 2 a, appunto, 2,4) . I numeri vengono dall’Eiopa, l’autorità europea di vigilanza sull’industria assicurativa che ha appena pubblicato il suo cruscotto (dashboard) sui rischi climatici del Continente. Attualmente soltanto il 35% dei danni potenziali sono protetti dall’industria assicurativa. Nel calcolo dei rischi assicurati sono compresi anche gli schemi pubblico-privati che in molti paesi proteggono i cittadini dalle conseguenze delle calamità naturali, anche se questi schemi non sono del tutto privati e vi partecipa (spesso come assicuratore di ultima istanza) anche lo stato. In Italia, dove simili architetture sono inesistenti (nonostante l’infinità di proposte formulate negli ultimi 20 anni) è lo stato che, nei fatti, si dovrebbe occupare di tutto. Ma lo fa poco, in ritardo e male. Basta chiederlo ai cittadini de L’Aquila, colpiti nel 2009 da un terremoto che ha causato 300 vittime. “Quella de L’Aquila – ha scritto il “Fatto Quotidiano” in un’inchiesta pubblicata nell’aprile scorso – è una ricostruzione a più velocità: quella privata, che con il suo 85% di cantieri ultimati e il completamento previsto nei prossimi due anni, ha proceduto molto più spedita rispetto a quella pubblica arenatasi a poco più della metà”. In un paese così refrattario a pagare le tasse – ciò ne spiega la scarsità di risorse, l’inefficienza ed i ritardi degli interventi pubblici – lo stato dovrebbe fare maggiormente ricorso all’industria assicurativa per la copertura dei rischi. Ma finora sono mancati gli incentivi giusti. Anche il sisma-bonus disposto dal governo Conte e che finanzia al 110% gli interventi antisismici sulle abitazioni non sta avendo, per quel che se ne sa, un riscontro apprezzabile.

Gli assicuratori della penisola dovranno dunque accettare di svolgere un ruolo marginale nel contrasto al climate change? Non è detto. Proprio in questi giorni, in occasione di una riunione del G20 svoltasi a Venezia, otto tra i maggiori gruppi assicurativi mondiali – nella lista vi sono anche le Generali – hanno lanciato la “Net-Zero Insurance Alliance” (NZIA) che impegna gli aderenti a raggiungere entro il 2050 l’obiettivo di zero-emissioni nette di C02 anche nelle loro politiche di sottoscrizione. Quell’impegno, a cascata, può avere conseguenze rilevanti. Ogni impresa che si rispetti ha la necessità di trasferire sulle spalle di un assicuratore una quota significativa dei suoi rischi e se non trova una compagnia disponibile a sottoscriverli rischia di dover chiudere i battenti. Le compagnie possono svolgere pertanto un importante effetto leva verso un’economia green. E molte già lo stanno facendo. Inoltre gli stessi firmatari hanno dichiarato che entro il 2025 usciranno dai loro portafogli investimenti, azionari e obbligazionari, in imprese “non sostenibili”. Anche in questo caso si tratta di utilizzare gli incentivi giusti. Attualmente la spinta dal basso dei consumatori verso la tutela ambientale sta spingendo i gestori ad acquistare asset green in sempre maggiore quantità. La domanda fa salire i loro prezzi ma schiaccia i rendimenti. E c’è chi si domanda se nei mercati si stia gonfiando una bolla green. Sul fronte opposto crescono i rendimenti dei bond brown, penalizzati dalla scarsa domanda degli investitori. Oppure è la minore supposta resilienza di quelle imprese che alimenta il maggiore premio al rischio? E’ un aspetto di cui i regulator, anche assicurativi, si dovrebbero occupare.

a cura di Riccardo Sabbatini

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