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La “variante” Delta Airlines e l’obbligo di green pass per i lavoratori

Riccardo Sabbatini

C’è la variante delta del covid-19 ma anche la variante Delta Airlines. La compagnia aerea Usa nei giorni scorsi ha deciso di imporre un premio assicurativo più alto di 200 dollari al mese a carico dei dipendenti che rifiutano di farsi vaccinare. I costi sanitari di una cura per il covid -19 è di 50mila dollari, ha spiegato la compagnia. E, pertanto, quel rischio va computato nel premio assicurativo. La decisione della Delta fa discutere, non soltanto negli Stati Uniti. Alcune società si apprestano a seguirne l’esempio, altre stanno prendendo provvedimenti ancora più severi come quello di lasciare fuori dai cancelli i lavoratori non vaccinati (United Airlines, Chevron). I lavoratori sono divisi, come emerge dai sondaggi commissionati in questi giorni in Usa. Nel 2020 il 90% delle imprese assicurative ha evitato di addossare agli assicurati i costi di coassicurazione previsti nelle polizze, limitatamente alle cure di covid-19, in considerazione dell’emergenza che si era creata. Ma ora, in presenza di vaccini che prevengono l’infezione, stanno limitando la loro disponibilità. Pertanto, a fronte di spese mediche generate della pandemia le imprese assicurative hanno due strade aperte di fronte a loro: ripartire quegli oneri tra tutta la popolazione degli assicurati (con il meccanismo della mutualità) oppure addossarle a quelli che ne sono responsabili. Questo vale sia per i piani aziendali di copertura sanitaria ma anche per le polizze individuali. E’ una problematica che non riguarda soltanto gli Usa.

Il tema dell’obbligo di green pass (o di vaccinazione) per i lavoratori è in discussione anche in Italia. Lo sta richiedendo con forza la Confindustria mentre la Cgil di Maurizio Landini è contraria ad un’imposizione che venga dalle imprese (o dalle parti sociali) senza che vi sia una legge dello stato a sancire un obbligo. Il governo, per il momento, non si è espresso. Un incentivo rappresentato da un aumento dei premi assicurativi andrebbe nella direzione auspicata? In Italia la sanità integrativa – i dati vengono dall’Ania e sono relativi al 2017 – riguardano 13,5 milioni di cittadini in gran parte coperti da polizze collettive o fondi sanitari. Il welfare aziendale, in grande sviluppo in questi anni, fa parte di questo aggregato. Se pertanto si seguisse la “variante Delta Airlines” nei luoghi di lavoro qualche effetto ci sarebbe, naturalmente al momento di rinegoziare le polizze. Ma occorre anche considerare le ragioni di chi si oppone alla “via assicurativa” per la vaccinazione. In questi giorni il Washington Post ha osservato che le penali sulle polizze sono “una cattiva idea”. Ed ha fatto l’esempio dei fumatori che già si vedono proporre polizze sanitarie con premi superiori fino al 50% rispetto a quelli di chi non è affetto da tabagismo. Tuttavia uno studio del 2016 pubblicato sulla rivista Health Affairs ha scoperto che questo prezzo più elevato “non solo non aumentava le probabilità che le persone smettessero di fumare, ma riduceva anche la probabilità che le persone colpite si iscrivessero a un’assicurazione”.

Il Washington Post è tutt’altro che un giornale no-vax, e considera necessario che tutti gli americani siano vaccinati. Ma “non abbiamo bisogno di dare ai datori di lavoro e al complesso medico-industriale un’altra scusa per aumentare i costi delle persone, non importa quanto sia degno l’obiettivo finale. Se Delta o altre società sono preoccupate per i dipendenti non vaccinati, dovrebbero affrontare il problema nel modo più diretto possibile: imporre che tutti i loro dipendenti siano soggetti alla vaccinazione. Hanno il potere di richiederla e non sono necessari premi aggiuntivi”. Ecco, in Italia, c’è bisogno di una legge (anche per tacitare le paure di Landini). Ma se quella legge non vi fosse il problema si porrebbe, anche per gli assicuratori.

a cura di Riccardo Sabbatini

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