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Rendicontazione di sostenibilità: le PMI saranno escluse?

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Le PMI saranno esonerate dai report di sostenibilità? La battaglia è in pieno svolgimento a Bruxelles dove è in corso il cosiddetto trilogo tra Consiglio, Commissione e Parlamento europei per aggiornare la direttiva comunitaria sulle informazioni non finanziarie (che ora si chiama corporate sustainability reporting). Una delle principali novità della nuova regolamentazione è l’allargamento della platea di aziende obbligate a redigere i nuovi report di sostenibilità che fino ad oggi sono obbligatori soltanto per le grandi imprese. Il testo proposto dalla Commissione Europea include nel novero anche le PMI quotate mentre l’orientamento del Parlamento è di escludere quest’ultime se non su base volontaria. L’argomento è controverso. Non c’è dubbio che sottoporre una piccola impresa agli obblighi pervasivi del regolatore europeo rappresenterebbe, per quest’ultima, un onere non indifferente. D’altra parte se alla fine le grandi imprese dovranno consolidare le informazioni sulla sostenibilità anche a valle o a monte della loro catena del valore – per non parlare delle aziende che già sono comprese in quell’aggregato – molte PMI finirebbero per cadere ugualmente nella rete.

Forse è proprio per queste considerazioni che la lobby assicurativa europea, rappresentata da Insurance Europe, ha mantenuto sul tema un atteggiamento pragmatico. Nel suo commento al “trilogo” si è detta d’accordo ad includere anche le PMI negli obblighi di rendicontazione sostenibile ma con standard semplificati, una strada che attualmente non è stata percorsa con sufficiente decisione.

Gli assicuratori europei inoltre chiedono, a differenza di quanto prevede il progetto di direttiva della Commissione, che i report di sostenibilità vengano redatti su base consolidata evitando che anche le imprese individuali facenti parte di un gruppo siano assoggettate al medesimo obbligo. Altra richiesta è quella di poter utilizzare, per la sostenibilità, lo stesso revisore impiegato per i normali rendiconti finanziari.

Se anche le compagnie europee avranno successo nella loro attività di lobby un baratro normativo continuerà a separarle dalle società americane che si stanno incamminando sui terreni della rendicontazione sostenibile con con maggiore rilassatezza. In questi giorni la Naic, l’associazione dei commissioner assicurativi Usa, ha licenziato un documento firmato da neppure da tutti gli stati dell’Unione. Quelle proposte garantiscono alle compagnie statunitensi di aderire volontariamente agli standard molto meno perentori di quelli europei dalla Task Force on Climate Related Financial Disclosure (TCFD) nata nell’ambito del G-20. Quei precetti riguardano soltanto la disclosure dei rischi ambientali e, anche quando si soffermano sulla governance, si riferiscono pur sempre a come le imprese “governano” i rischi ambientali. I temi dei diritti umani e dei lavoratori che appassionano i legislatori europei, soprattutto quelli del Parlamento, sono assenti nei protocolli d’oltre oceano dove l’unica “materialità” contemplata – quella oggetto della disclosure di sostenibilità – riguarda le informazioni che hanno un impatto sul valore economico della società. C’è però un punto in cui le due concezioni del mondo – un po’ come nella faglia di Sant’Antonio – potrebbero entrare in frizione. Nel suo progetto di direttiva il Parlamento chiede che le imprese di paesi terzi presenti in Europa con i loro beni e servizi siano obbligate ad includere nella relazione sulla gestione “informazioni necessarie alla comprensione dell’impatto dell’impresa sulle questioni di sostenibilità, nonché informazioni necessarie alla comprensione del modo in cui le questioni di sostenibilità influiscono sull’andamento dell’impresa, sui suoi risultati e sulla sua situazione”. Se quest’emendamento fosse accolto i due approcci ai temi della sostenibilità ed alla sua rendicontazione dovrebbero necessariamente trovare un punto di contatto e di convergenza.

a cura di Riccardo Sabbatini

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