Il presidente fa leva sull’indignazione pubblica, mentre esperti e dati indicano che a far salire i premi sono soprattutto ospedali, farmaceutiche e concentrazioni di mercato
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Negli ultimi giorni Donald Trump ha scelto un bersaglio noto per incanalare la rabbia degli americani sull’aumento dei costi della sanità: le assicurazioni. Secondo un lungo servizio del Washington Post, le sue parole sono state durissime, con accuse a “BIG, BAD Insurance Companies” che “ripulirebbero le persone da anni”, e la strategia politica si è subito tradotta in un’azione concreta: un comitato del Congresso ha convocato cinque Ceo delle grandi compagnie per interrogarli sulla crescita dei premi e dei costi sempre più insostenibili. Certo, i manager assicurativi sono un bersaglio facile, soprattutto quando si scopre che alcuni di loro guadagnano fino a 23 milioni di dollari l’anno. Ma la realtà, anche per chi più di tutti critica l’industria assicurativa, è più complicata.
L’aumento dei premi non è un fenomeno isolato: è il risultato di un sistema in cui ospedali, case farmaceutiche, reti di medici e provider consolidati, impongono prezzi sempre più alti, e le assicurazioni si trovano in mezzo, tra la necessità di coprire i costi e la pressione di non far esplodere le polizze.
Drew Altman, presidente e Ceo del KFF (Kaiser Family Foundation, fondazione statunitense non profit e non partitica che si occupa di politiche sanitarie), lo spiega con ironia: “Sì, sono cattive. Sì, le compagnie rendono la vita difficile alle persone. Ma questo ha più a che fare con il fatto che cercano di controllare i costi. Le compagnie assicurative sono costantemente in lotta con ospedali, reti di medici e provider consolidati, e il più delle volte ne escono sconfitti”. È una battuta che suona quasi amara, perché mette in luce un paradosso: gli assicuratori vengono accusati di essere il problema, mentre spesso sono solo la parte visibile di una catena molto più lunga. Il loro ruolo li espone alle critiche: negano rimborsi, impongono autorizzazioni preventive, emettono documenti che sembrano scritti in un linguaggio alieno. Tutto vero. Ma il punto è che, in un sistema dove ospedali e case farmaceutiche dettano prezzi in aumento, l’assicurazione diventa inevitabilmente il “cattivo” su cui scaricare frustrazione.
La rabbia è esplosa in modo inquietante nel dicembre 2024, dopo l’omicidio di un dirigente di UnitedHealthcare a Manhattan: sui Social molti hanno celebrato il presunto movente dell’assassino come una forma di vendetta contro la negazione e il ritardo di coperture sanitarie. Un segnale inequivocaboile: qualcosa di profondo si è rotto nel rapporto tra cittadini e sistema sanitario.
Nel frattempo, alcune delle più grandi compagnie non sono più solo assicuratori ma si sono trasformati in conglomerati sanitari, acquistando e sviluppando studi medici e farmacie. UnitedHealth Group, per esempio, con la sua divisione Optum vanta oltre 136.000 medici e più di 2.000 strutture. È una crescita che aumenta il controllo del settore sulla catena dei costi, e molte ricerche economiche indicano proprio la concentrazione e la verticalizzazione come fattori che spingono i prezzi verso l’alto. Però, va detto con chiarezza, le assicurazioni rappresentano solo una parte del gigantesco settore sanitario americano, che nel 2024 ha pesato per circa il 18% dell’economia. Secondo analisi di McKinsey, gli assicuratori raccolgono al massimo il 10% dei profitti annuali del sistema. Le quote maggiori vanno a farmaceutiche, biotech, ospedali e produttori di dispositivi medici. E i numeri parlano chiaro: negli ultimi cinque anni, le spese per ospedali, servizi professionali e farmaci sono aumentate di quasi il 40% o più.
L’opinione pubblica tende a puntare il dito sugli assicuratori perché sono il bersaglio più facile, ma il problema dei costi sanitari è soprattutto strutturale: molti attori del sistema guadagnano cifre elevate e le spese continuano a crescere. In questo clima, le audizioni del Congresso e le proposte di Trump, come la trasparenza sulle tariffe, rischiano di essere più simboliche che risolutive, soprattutto perché mancano dettagli concreti. Nel frattempo, i cittadini pagano sempre di più: negli ultimi cinque anni il costo medio dell’assicurazione familiare è salito del 26% e molte persone devono affrontare franchigie in aumento. La percezione di crisi è alta, ma i pazienti restano spettatori perché i prezzi si decidono in negoziati chiusi tra assicuratori e ospedali, e la concentrazione degli ospedali ha spostato il potere contrattuale a favore dei provider. In alcuni mercati gli assicuratori non hanno nemmeno incentivi a negoziare, perché la concorrenza è debole, e finiscono per trasferire i costi sui premi. Il punto, insomma, non è individuare un unico “cattivo”, ma riconoscere che il sistema è costruito in modo da rendere difficile contenere i costi, e finché non cambia, l’indignazione continuerà a cercare un capro espiatorio.
a cura di Vincenzo Giudice
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