Il report di International SOS fotografa una crisi senza precedenti. Missili, droni, aeroporti chiusi e piani di evacuazione già attivi: le imprese italiane con personale nella regione devono agire adesso

La guerra è entrata nelle sale operative delle compagnie assicurative e dei broker di travel risk management. Da quando, il 28 febbraio scorso, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, il Medio Oriente è diventato uno scenario che nessun manuale di gestione del rischio aveva del tutto anticipato. L’aggiornamento numero 15 diffuso da International SOS — player globale di assistenza medica e sicurezza per aziende e lavoratori espatriati — descrive una situazione che si aggrava di ora in ora, con ricadute dirette su chi ha personale o interessi nella regione.
Dal documento, datato 13 marzo 2026, emerge la portata storica di quello che sta accadendo: nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo, l’Iran ha confermato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Un evento che ha cambiato le regole del gioco, trasformando una crisi già grave in qualcosa di molto più difficile da contenere.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Mojtaba Khamenei, il figlio che ha assunto la guida del paese il 12 marzo, ha rilasciato la sua prima dichiarazione pubblica ribadendo gli obiettivi bellici di Teheran: erodere l’influenza americana nella regione, destabilizzare Israele, mantenere operative le azioni di disturbo nello Stretto di Hormuz. Parole, queste, che per le imprese assicurative si traducono in mappe di rischio da aggiornare in tempo reale. Dall’inizio del conflitto, secondo il report, gli Emirati Arabi Uniti hanno già subito l’impatto di 278 missili e 1.540 droni, la maggior parte intercettati dai sistemi di difesa aerea, ma con danni materiali documentati anche nel centro di Dubai.
Ciò che rende questo scenario particolarmente complesso da gestire, per chi si occupa di polizze e piani di evacuazione, è la velocità con cui si espande la geografia del rischio. Non si tratta più solo di Israele o dell’Iran: Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Iraq, Oman, Libano e gli Emirati sono tutti coinvolti, chi più chi meno, da attacchi missilistici e con droni. “Le capacità offensive iraniane sono state degradate, ma il paese mantiene la capacità di condurre operazioni su più fronti simultaneamente”, si legge nell’analisi. Una degradazione, quindi, non una neutralizzazione.
Per le aziende con dipendenti nella regione, il nodo più immediato riguarda la mobilità. Lo spazio aereo di Iran, Iraq, Israele, Bahrain, Kuwait e Qatar risulta chiuso o soggetto a restrizioni severe. British Airways ha sospeso tutti i voli verso Amman, Bahrein, Doha, Tel Aviv e Dubai fino a data da destinarsi; Air Canada ha cancellato le tratte Toronto-Dubai almeno fino al 28 marzo e Toronto-Tel Aviv fino al 2 maggio. Chi gestisce flotte di lavoratori in mobilità internazionale sa bene che cosa significa: piani di rientro saltati, contratti di viaggio da ridiscutere, coperture assicurative da verificare clausola per clausola.
International SOS ha già evacuato “diverse centinaia di persone” da UAE, Bahrain, Qatar, Kuwait e Iraq verso Arabia Saudita, Oman, Egitto, Giordania e Turchia. Ha schierato risorse operative a Muscat, Riyad e Il Cairo per garantire la continuità delle operazioni di trasferimento. È un’immagine concreta di cosa voglia dire, nella pratica, avere una polizza di assistenza attiva in una zona di crisi: non basta la copertura teorica, serve una rete operativa in grado di muoversi mentre i missili vengono intercettati sopra gli aeroporti.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei fronti più preoccupanti anche per l’economia globale. L’Iran ha dichiarato apertamente che non permetterà il transito di petrolio attraverso lo stretto. Almeno 16 petroliere e navi cargo sono state attaccate dall’inizio delle operazioni. La Norvegia ha già vietato alle proprie navi di entrare nella zona. Il 12 marzo, gli Stati Uniti hanno autorizzato in via temporanea l’acquisto di petrolio russo per far fronte alle forniture bloccate. Una misura di emergenza che dice molto sulla gravità della situazione energetica sottostante, con effetti a cascata sulle polizze marine e sulle coperture cargo di tutto il mondo.
Il report introduce anche una distinzione operativa che merita attenzione da parte dei risk manager: la differenza tra “Stand Fast” — mantieni la posizione attuale, non evacuare — e “Shelter in Place” — spostati al chiuso in uno spazio sicuro e proteggilo. Non sono sinonimi, e capire quale dei due si applica in un dato momento può fare la differenza tra una decisione corretta e una pericolosa. International SOS specifica che possono essere emesse anche in combinazione, a seconda dell’evoluzione della minaccia locale.
Sul fronte sanitario, il quadro varia sensibilmente da paese a paese. Il Libano è quello in condizioni più critiche: il sistema sanitario pubblico è sotto pressione estrema, 49 centri sanitari primari e 5 ospedali sono chiusi, ci sono oltre 800.000 sfollati interni. L’Iran ha un’infrastruttura sanitaria sotto sforzo ma ancora funzionante a livello primario. Gli altri paesi della regione reggono, per ora, con sistemi di emergenza attivati ma non al collasso. Per chi deve valutare la copertura sanitaria dei propri dipendenti all’estero, sono informazioni che incidono direttamente sulle decisioni operative.
L’analisi prospettica del documento non lascia spazio a ottimismi facili. Non esistono, al momento, sforzi diplomatici significativi per portare le parti al tavolo negoziale. Il presidente Trump ha pubblicamente dichiarato che qualsiasi accordo con l’Iran richiederebbe una “resa incondizionata” e il coinvolgimento americano nella “selezione di un leader accettabile”: condizioni che Teheran difficilmente potrà accettare. Il conflitto, secondo International SOS, è destinato a protrarsi almeno per tutto il mese di marzo, con il rischio concreto che altri attori — Francia, Gran Bretagna, Turchia — vengano trascinati nelle ostilità qualora i loro asset o il loro personale venissero colpiti.
Per chi lavora nel settore delle assicurazioni, del travel risk management o della consulenza alle imprese con operazioni internazionali, questo report è una lettura obbligata. Non perché contenga notizie che non si trovino altrove, ma perché le organizza in una logica di decisione operativa che è esattamente quella di cui hanno bisogno broker, risk manager e responsabili HR. La domanda non è più se la regione sia rischiosa — lo è, senza discussioni — ma quali strumenti concreti si hanno a disposizione per proteggere le persone e i bilanci aziendali in uno scenario che cambia ogni ventiquattr’ore.
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