Il settore del credito privato affronta tensioni di liquidità e riscatti anomali. Secondo un’analisi pubblicata da PLUS–Il Sole 24 Ore le compagnie assicurative sono tra gli investitori più coinvolti
Il mercato globale del private credit, uno dei segmenti più dinamici della finanza alternativa negli ultimi anni, inizia a mostrare segnali di tensione. A lanciare l’allarme è un’analisi pubblicata da PLUS-Il Sole 24 Ore che descrive un contesto in cui fondi specializzati nel credito non quotato stanno affrontando richieste di rimborso anomale e crescenti preoccupazioni da parte degli investitori istituzionali, tra cui banche e compagnie di assicurazione.
Il fenomeno nasce da una combinazione di fattori: volatilità dei mercati finanziari, dubbi sulla sostenibilità di alcuni modelli di business tecnologici e una crescente pressione sulla liquidità dei fondi. Il primo campanello d’allarme è arrivato lo scorso 20 febbraio, quando Blue Owl Capital ha deciso di sospendere temporaneamente i rimborsi per uno dei suoi fondi di private credit, una misura rara ma non senza precedenti nel settore. Il fondo, come molti operatori di questo mercato, era particolarmente esposto al credito verso aziende tecnologiche e società legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, proprio la rapidità con cui l’innovazione sta trasformando il settore ha generato nuove incertezze. Il timore che alcune imprese possano diventare rapidamente obsolete ha innescato un’ondata di vendite sui mercati, colpendo anche i giganti tecnologici come Adobe e Oracle.
Le tensioni non si sono fermate qui. Dopo il caso Blue Owl sono emerse difficoltà anche in altri grandi fondi di credito privato con patrimoni miliardari, tra cui veicoli gestiti da Blackstone, BlackRock, Apollo Global Management e KKR, che hanno dovuto affrontare richieste di riscatto superiori alla norma e svalutazioni legate soprattutto agli investimenti nel settore software.
Secondo Christian Zorico, responsabile del reddito fisso di Frame Asset Management, alcuni segnali arrivano anche dal sistema bancario americano. “Jp Morgan sta riducendo l’esposizione al credito privato e il valore dei prestiti detenuti come collaterale. Si tratta di una mossa precauzionale motivata dalla diversa valutazione di mercato”, spiega. La banca d’affari JPMorgan Chase, secondo i dati citati nell’analisi, avrebbe un’esposizione diretta di oltre 22 miliardi di dollari verso il settore. Nel complesso, le banche di Wall Street avrebbero erogato circa 300 miliardi di dollari di finanziamenti ai fondi di private credit, una cifra che evidenzia quanto questo comparto sia diventato centrale negli equilibri della finanza globale.
Il problema principale riguarda la struttura stessa dei fondi di credito privato, pensati per investimenti di lungo periodo e caratterizzati da una liquidità limitata. In condizioni normali questo modello funziona, perché le richieste di rimborso sono distribuite nel tempo. Ma quando cresce la pressione degli investitori e aumenta la richiesta di uscita, il sistema rischia di trovarsi in difficoltà. Una corsa ai riscatti potrebbe produrre effetti simili a una bank run, con conseguenze a catena sull’intero comparto.
Tra gli investitori istituzionali più esposti a questo tipo di strumenti ci sono proprio le compagnie di assicurazione, che negli ultimi anni hanno utilizzato il private credit per migliorare i rendimenti dei portafogli. Secondo i dati di Moody’s, l’esposizione media delle assicurazioni a questi strumenti supera il 35% negli Stati Uniti, mentre scende al 20% nel Regno Unito e al 10% in Europa. Questa differenza geografica riflette approcci di investimento diversi ma anche livelli di rischio potenzialmente differenti. Non a caso, con l’aumento delle tensioni sul mercato del credito privato, gli spread sul debito delle compagnie assicurative – in particolare quelle specializzate nel ramo vita – hanno iniziato ad allargarsi.
Anche il Fondo Monetario Internazionale ha acceso i riflettori sul tema nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria globale pubblicato nell’ottobre 2025. Secondo il Fondo, i rischi presenti nei portafogli assicurativi potrebbero essere più elevati di quanto indicato dalle classificazioni ufficiali, perché molti strumenti di private credit sono complessi e utilizzano leva finanziaria. Nonostante spesso vengano classificati come investment grade, durante una fase di crisi potrebbero registrare perdite più consistenti del previsto. Un simile scenario rischierebbe di erodere il capitale delle compagnie assicurative e di generare problemi di liquidità analoghi a quelli già osservati in alcuni fondi.
Il sistema presenta inoltre un altro elemento di fragilità: una parte crescente delle valutazioni del rischio nel mercato del private credit viene affidata a agenzie di rating specializzate e di dimensioni ridotte. Secondo dati citati da Bloomberg, solo nel 2025 l’agenzia Egan-Jones Ratings avrebbe assegnato valutazioni a oltre 3.000 investimenti destinati al private market, segno di un ecosistema in rapida espansione ma ancora in evoluzione.
Il rischio, spiegano gli analisti, è che una crisi di liquidità possa propagarsi anche agli asset più solidi. “Quando c’è stato l’annuncio della guerra in Iran, per alcuni giorni ci sono stati problemi perfino sulle obbligazioni quotate considerate più sicure, vendute per recuperare liquidità”, osserva Zorico. Il credito privato sembrava inizialmente più stabile proprio perché caratterizzato da finestre di uscita limitate. Ma se la pressione dovesse durare a lungo, i fondi potrebbero trovarsi con in portafoglio i titoli meno liquidi e più difficili da vendere, mentre gli investitori resterebbero temporaneamente bloccati. In uno scenario di tassi in aumento e rendimenti obbligazionari più elevati, inoltre, molti investitori potrebbero preferire strumenti tradizionali meno rischiosi, riducendo ulteriormente l’attrattività del private credit. Un equilibrio delicato che oggi osservano con attenzione soprattutto banche, assicurazioni e grandi gestori globali, consapevoli che il settore del credito privato è diventato ormai un pilastro importante della finanza internazionale.




