Secondo AM Best le perdite per i riassicuratori sono contenute nel breve periodo, ma la chiusura dello Stretto di Hormuz e le pressioni inflazionistiche aprono scenari ben più complessi. Chubb guida il piano da 20 miliardi di dollari per il ripristino dei trasporti marittimi nel Golfo

I numeri, per ora, rassicurano. Ma è il “per ora” a tenere svegli gli analisti. L’agenzia di rating AM Best ha pubblicato un report sul conflitto in Medio Oriente e il suo impatto sul mercato riassicurativo globale, e la fotografia che ne emerge è quella di un settore che regge, ma che osserva la situazione con crescente attenzione. Le perdite registrate finora sono limitate e circoscritte, configurandosi tipicamente come sinistri singoli di grandi dimensioni piuttosto che come accumuli diffusi. Una distinzione tecnica, ma fondamentale per capire dove si trova oggi il termometro del rischio.
Il motivo principale di questa relativa tenuta è strutturale. I rischi di guerra sono generalmente esclusi dalle polizze standard, e vengono offerti soltanto come estensioni opzionali su determinati contratti. A questo si aggiunge un fattore geopolitico che, paradossalmente, ha finito per proteggere il mercato riassicurativo occidentale: le sanzioni internazionali in vigore contro l’Iran hanno fatto sì che i rischi iraniani siano largamente non assicurati dai riassicuratori globali. Il risultato pratico è che i danni subiti dalle infrastrutture iraniane avranno un impatto minimo sull’esperienza di sinistro del mercato. Un dato che, visto da Teheran, racconta una storia molto diversa.
Il quadro potrebbe però cambiare rapidamente se il conflitto si prolungasse. AM Best avverte che, in uno scenario di persistenza delle ostilità, esiste “margine per accumuli tra paesi e linee di prodotto”. Non è una previsione catastrofica, ma è un’allerta concreta. I riassicuratori stanno monitorando l’evoluzione della situazione e stanno adattando le proprie strategie, ma il vero nodo da sciogliere riguarda il medio termine: se il conflitto non venisse risolto rapidamente, l’agenzia teme che possa “alimentare pressioni inflazionistiche, tassi di interesse e rendimenti obbligazionari”. Tre variabili che, combinate, disegnano uno scenario molto meno confortante di quello attuale.
Quello che emerge con forza dal report è la consapevolezza che definire questo conflitto come “regionale” rischia di essere fuorviante. Le sue implicazioni, sottolinea AM Best, hanno la capacità di farsi sentire su scala globale, attraverso la volatilità dei mercati azionari, la disruption delle catene di fornitura e il ritorno dell’inflazione. Un mix già visto in altre crisi recenti, e che questa volta arriva in un momento in cui le economie mondiali non godono di una salute particolarmente robusta.
Il nodo energetico è forse il più urgente. La regione produce circa il 20% delle risorse energetiche globali, e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno già ridotto o sospeso la produzione di petrolio e gas come conseguenza diretta delle ostilità. AM Best è esplicita sul punto: anche in caso di cessazione rapida del conflitto, le infrastrutture energetiche non torneranno a piena operatività “in tempi brevi”. Una valutazione che pesa come un macigno su qualsiasi proiezione di ripresa dei mercati delle materie prime, e che si riflette direttamente sulle polizze legate al settore energy e alle infrastrutture critiche.
Lo Stretto di Hormuz rimane il vero punto caldo della crisi assicurativa. Il passaggio è quasi completamente chiuso al traffico marittimo in entrata e in uscita dal Golfo Persico, con ricadute che vanno ben oltre il petrolio: AM Best segnala preoccupazioni crescenti sull’impatto che questa interruzione sta avendo sui prezzi di commodity come fertilizzanti ed elio, due settori apparentemente lontani dalla guerra ma direttamente dipendenti dalle rotte del Golfo. La disruption delle supply chain e l’impennata del prezzo del gas e del greggio portano AM Best a concludere che “non si può escludere una ripresa del tasso di inflazione nelle economie di tutto il mondo”. Una frase che i banchieri centrali leggeranno con molta attenzione.
In questo contesto si inserisce la risposta operativa del mercato, e qui la notizia è di quelle che fanno muovere i mercati. La U.S. International Development Finance Corporation (DFC) ha annunciato che Chubb sarà il partner principale del suo Maritime Reinsurance Plan da 20 miliardi di dollari, concepito per ripristinare la navigazione commerciale nel Golfo e rimettere in moto i flussi energetici e commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. Come spiega Reinsurance News la facility riassicurativa copre perdite fino a circa 20 miliardi di dollari su base rotativa, concentrandosi in una prima fase su scafo e macchinari e su cargo, riservata ai soli natanti che soddisfano determinati criteri di eleggibilità. È uno strumento inedito per dimensioni e struttura, e la scelta di Chubb come lead partner dice molto sul peso che la compagnia ha conquistato nel segmento dei rischi complessi.
Anche Aon ha preso pubblicamente posizione. Joe Peiser, CEO di Risk Capital del gruppo, ha evidenziato che per molte organizzazioni l’esposizione più rilevante non deriva dagli attacchi diretti, ma dalla “disruption alle catene di fornitura, alle rotte logistiche e alle strutture di copertura assicurativa”. Una lettura che sposta il centro di gravità del rischio dal teatro di guerra alle sale operative delle aziende globali, e che pone domande concrete ai risk manager di ogni settore: quanto siete esposti a una rotta che passa per il Golfo? Quanto dipende la vostra copertura da un mercato che oggi fatica a prezzare l’incertezza?
Le risposte, per molti, sono ancora in cerca di forma. Il mercato riassicurativo globale ha dimostrato una resilienza notevole nelle prime settimane del conflitto. Ma la storia insegna che le crisi vere si misurano non sull’immediato, bensì sulla durata. E su questo, AM Best — insieme a Chubb, Aon e a tutti gli attori del mercato — sa che il capitolo più difficile potrebbe non essere ancora stato scritto.




