Etica assicurativa: il prezzo, la dignità e la tariffa perfetta
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Il prezzo e la dignità: l’assicurazione davanti all’alternativa

L’etica costa. È l’unica cosa che abbia in comune con il lusso, con una differenza che non perdona: il lusso si compra, l’etica si paga con la propria pelle e la propria reputazione. Per chi ne abbia mai avuta una.

Per questo la domanda che ogni imprenditore incontra almeno una volta – di solito a tarda sera, quando i consulenti sono andati a casa e sul tavolo resta soltanto la calcolatrice – non è se l’etica convenga, ma quanto sia disposto a pagarla nell’istante esatto in cui, sull’altro piatto della bilancia, qualcuno deposita un mucchio di soldi.

Il mucchio di soldi è un oggetto filosoficamente più interessante di quanto la sua (apparente?) volgarità lasci credere. Possiede una proprietà geometrica singolare: ha un’altezza e non ha una profondità. Cresce, svetta, si lascia ammirare e fotografare e instagrammare; ma non lo si può scavare, perché sotto la superficie ripete indefinitamente e ciclicamente sé stesso. Chi gli chiede un fondamento riceve in cambio altra altezza. Ed è precisamente per questo che seduce: promette di essere la risposta, mentre è soltanto l’amplificazione della domanda.

Conviene però sgombrare il campo dall’ipocrisia simmetrica, quella che demonizza il denaro per non doverlo pensare. Jacques Le Goff ha raccontato ne Lo sterco del diavolo quanta fatica sia costata all’Occidente cristiano l’idea che il denaro si potesse pensare senza dannarsi; e Mandeville, nella Favola delle api, formulò lo scandalo che ancora ci lavora dentro: vizi privati, pubblici benefici; l’alveare prospera perché le api sono avide.

La natura senza etica sembra un paradosso ma non lo è. Esattamente come lo squalo che azzanna il bagnante o la gazzella che sa che cosa succederebbe a un incontro ravvicinato con un leone. È la Natura.

Adam Smith rovesciò la provocazione senza negarla. Gli studenti di economia lo conoscono per La ricchezza delle nazioni; ma aveva esordito, nel 1759, con la Teoria dei sentimenti morali, e quell’ordine non è cronologico,  è assiologicamente gerarchico. Il mercato che Mandeville immaginava mosso dai vizi, Smith lo scoprì tenuto insieme dalle virtù, sorvegliato in ciascuno di noi da uno “spettatore imparziale” che giudica le nostre transazioni prima e meglio di ogni tribunale. Il commercio non è la sospensione della morale: ne è l’applicazione quotidiana, in condizioni di tentazione.

Aristotele, del resto, aveva già disposto i termini della questione con la nettezza che gli è propria. Nell’Etica Nicomachea espelle la ricchezza dal novero dei fini: è un che di utile, cioè in vista d’altro. Nella Politica distingue l’amministrare che serve la vita dalla crematistica che serve sé stessa: l’accumulazione per l’accumulazione, il denaro che genera denaro, che al filosofo pareva contro natura come un figlio partorito dal nulla.

La diagnosi regge da ventitré secoli: quando il mezzo si fa fine, divora il padrone.

L’assicuratore non è San Francesco; ma forse San Francesco, redistribuendo ricchezze accumulate, avrebbe potuto diventare il più grande degli assicuratori. La mutualità quale espressione suprema di carità. Perché no…

Ma il limite – se un limite esiste alle remore etiche quando il contraltare è, appunto, il mucchio – l’ha fissato Kant con una frase che vale da sola un intero codice: nel regno dei fini, tutto ha “o un prezzo o una dignità” (Fondazione della metafisica dei costumi, 1785). Ciò che ha un prezzo ammette un equivalente, e dunque una trattativa; ciò che sta al di sopra di ogni prezzo ha dignità, e sulla dignità non si tratta: la si riconosce o la si viola. Ecco perché il mucchio non vince mai per quantità. Non esiste la cifra oltre la quale il compromesso diventa lecito, come non esiste quella sotto la quale resta innocente: il limite non è una soglia, è un confine di specie. Il denaro può crescere quanto vuole: cresce in una dimensione in cui la persona non abita. Si vende tutto ciò che ha un equivalente; l’uomo non ce l’ha.

A chi obietta che l’impresa non è un monastero rispose, un secolo dopo, Max Weber, distinguendo l’etica della convinzione dall’etica della responsabilità (La politica come professione, 1919): all’imprenditore non si chiede la purezza delle intenzioni, che è un lusso da spettatori; gli si chiede di rispondere delle conseguenze, che è un mestiere da adulti. Molto meno commovente, molto più esigente.

Ed è qui che il discorso, che pareva generale, precipita in un mestiere preciso. “La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita”: così Joan Didion apre L’anno del pensiero magico (Milano, 2021), un libro che parla di morte e non di denaro, ed è difficile trovare, in tutta la letteratura, una definizione più esatta della materia prima assicurativa.

L’assicurazione è l’unica industria al mondo fondata sul prendere alla lettera quella frase: esiste perché l’istante di Didion esiste, e lavora per arrivarci prima.

Quando Pascal e Fermat, nell’estate del 1654, carteggiando su un problema di dadi inventarono la “geometria del caso”, non sapevano di fondare anche un’etica: la mutualità è la vera risposta laica alla Fortuna. Seneca consigliava al saggio di non temerla; l’attuario, più modestamente, propone di dividerla. E qui la provocazione di Mandeville trova la sua inattesa redenzione: la mutualità è il solo luogo dell’economia in cui l’interesse di ciascuno lavora, a sua insaputa, per tutti gli altri.

Per questo l’etica dell’assicuratore non è un supplemento d’anima, una voce da bilancio sociale: è la sostanza tecnica del prodotto. Chi distribuisce protezione maneggia l’istante di Didion degli altri: lo quota, lo sottoscrive e, nel giorno del sinistro, se lo trova davanti. In quel giorno l’assicurato smette di essere una sequenza di numeri di polizza, e quella presenza ci ordina qualcosa prima ancora di parlare. La riserva sinistri è contabilità; la sua liquidazione è etica.

Il legislatore lo sa e, in fondo, lo confessa. Quando l’art. 119 bis del Codice delle assicurazioni impone a chi distribuisce di operare “con equità, onestà, professionalità, correttezza e trasparenza nel migliore interesse dei contraenti”, e il Regolamento IVASS n. 40 del 2018 traduce il precetto in regole di comportamento minute, il diritto compie il gesto più filosofico che gli sia concesso: ordina l’onestà, ammettendo così di non poterla presumere.

Ma è ancora Kant a segnare il perimetro, con la distinzione fra legalità – l’atto conforme al dovere – e moralità, l’atto compiuto per dovere: la prima si può vigilare, la seconda no, perché nessuna moralità è mai stata notificata via PEC.

Il Regolamento 40 può fare dell’intermediario un soggetto conforme; soltanto l’intermediario può fare di sé un uomo giusto.

Restano le frontiere, che sono poi il futuro del mestiere. Oggi che il settore assicura il clima, le catastrofi e il divario di protezione, l’etica suona meno come un imperativo e più come una descrizione di mansioni.

E c’è il paradosso che l’intelligenza artificiale porta in dote: se l’algoritmo prevedesse tutto, la tariffa perfetta assegnerebbe a ciascuno esattamente il proprio destino – e la tariffa perfetta è la morte dell’assicurazione, perché quando ognuno paga precisamente la propria sorte nessuno è più assicurato: è soltanto puntualmente rateizzato. Una quota d’ignoranza condivisa è la materia prima della fraternità attuariale; difenderla – contro la tentazione di sapere troppo, di sapere prima, di sapere contro – sarà il compito etico del prossimo decennio, e varrà più di molti codici di condotta.

L’etica, del resto, somiglia in questo all’eccellenza: non è un possesso ma una direzione; non un requisito conquistato una volta per sempre nel giorno dell’iscrizione a un registro, ma qualcosa da perseguire a ogni polizza, a ogni trattativa, a ogni tentazione respinta senza testimoni. Chi la pretende perfetta la sta già archiviando; chi la persegue imperfetta la sta esercitando.

Perché questa ampia digressione, quest’oggi?

Perché – inaspettatamente – fa capolino nel comparto assicurativo una domanda molto pratica: quanto sarà etico fare affari con chi ha ampiamente dimostrato di non averne neanche una percezione embrionale? Chi segue quotidianamente, come me, le cronache assicurative intuisce perfettamente ciò a cui mi riferisco.

L’assicuratore del domani si metterà a tavola e tutto potrà cambiare: anche lui stesso, il suo sistema di valori – se mai ne abbia mai avuto uno – il suo complesso di valutazioni prospettiche sul senso della vita. Siamo a uno snodo che non si era mai presentato in maniera così plastica e cristallina.

È etico – al di là delle regole, che si danno tutte per rispettate – porsi ancora problemi etici, quando sull’altro piatto della bilancia c’è un mucchio di soldi capace di far dimenticare la cronaca, i dibattiti, le disquisizioni evanescenti del leguleio del momento?

Kant, si è visto, aveva già risposto. Chi si siederà a quel tavolo non comprerà una partecipazione: venderà il proprio equivalente.

Perché la vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. E tutta l’etica dell’impresa, di ogni impresa, e di quella assicurativa più di ogni altra, si decide in una domanda sola: chi troverà, quella sera, la persona seduta a quel tavolo. Un contratto, o una mano.

A cura dell’avvocato Ivan Dimitri Calaprice – Foro di Milano

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