Il report “Insuring Disaster” boccia 40 tra le maggiori compagnie danni del mondo: solo Allianz e Achmea raggiungono la sufficienza

Una nuova ricerca condotta da ShareAction, con il supporto del WWF, mette in luce come le principali compagnie assicurative a livello globale non stiano affrontando con l’urgenza necessaria le crisi climatica, di biodiversità e sociale che minacciano persone ed ecosistemi. Lo studio, giunto alla quarta edizione con il titolo “Insuring Disaster“, è stato realizzato dall’ONG specializzata in investimenti responsabili con il contributo del WWF Svizzera, che da anni collabora con il settore assicurativo sui temi ambientali.
Il report valuta e classifica quaranta tra le maggiori compagnie del ramo danni nel mondo, comprendendo trenta assicuratori tradizionali e dieci intermediari dei Lloyd’s di Londra, analizzandone l’approccio a temi quali cambiamento climatico, estrazione di combustibili fossili, perdita di biodiversità, rischio sociale e governance.
Dall’analisi emerge che molte compagnie dovrebbero rafforzare in modo più deciso il proprio contributo alla lotta contro il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, anziché continuare a sottoscrivere polizze e a investire in attività che alimentano le pressioni su clima e natura. Il rapporto sottolinea la necessità di integrare in maniera più sistematica gli obiettivi climatici e di tutela ambientale nelle politiche di investimento e sottoscrizione, così da rafforzare il ruolo del comparto assicurativo nella transizione verso un’economia più sostenibile e resiliente.
La maggioranza degli assicuratori inclusi nel benchmark ha ottenuto voti D, E o F, mentre solo pochi hanno raggiunto le fasce C e B. Allianz si è confermata la compagnia con le prestazioni migliori, ottenendo un voto B; l’unico altro gruppo a raggiungere questo livello è stato Achmea.
Louise Marfany, Director of Investor Sector Standards and Policy presso ShareAction, ha commentato così i risultati dello studio: «Le assicurazioni esistono per aiutare le persone a riprendersi dai disastri, eppure questo rapporto mostra che molti assicuratori non fanno altro che gettare benzina sul fuoco. Gli assicuratori plasmano il mondo in cui viviamo attraverso le aziende che assicurano e in cui investono. Consentendo l’espansione dei combustibili fossili, stanno aggravando gli effetti del cambiamento climatico, lasciando le persone e il pianeta esposti a incendi boschivi, uragani e inondazioni sempre più frequenti».
Il report arriva in un momento in cui il mondo affronta una crescente crisi di assicurabilità, legata al cambiamento climatico e al degrado degli ecosistemi. Intere regioni del pianeta sono diventate di fatto non assicurabili, sia perché i premi hanno raggiunto livelli insostenibili, sia perché il rischio sottostante viene considerato troppo elevato per essere coperto a un prezzo commercialmente sostenibile. Tra il 2015 e il 2024 le catastrofi naturali hanno causato ogni anno circa 280 miliardi di dollari di perdite economiche dirette, meno della metà delle quali risultava assicurata.
Su questo punto Marfany ha aggiunto: «La crisi climatica ha creato un problema di non assicurabilità che il settore non può permettersi di ignorare. Eppure, invece di affrontare le cause alla radice del problema, molte compagnie assicurative continuano ad alimentarlo sottoscrivendo polizze e investendo proprio nelle attività che causano il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità».
Dalla pubblicazione del precedente benchmark di ShareAction, nel 2024, il ritmo dei nuovi impegni assunti dagli assicuratori ha subito un rallentamento evidente in tutti i temi oggetto della valutazione. Non mancano tuttavia esempi di buone pratiche, tra cui restrizioni severe sui combustibili fossili e obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, che dimostrano come sia possibile fare di più: sedici dei venti standard chiave valutati nel benchmark sono stati soddisfatti da almeno un assicuratore, e nonostante le difficoltà politiche non si è registrato alcun passo indietro sistematico rispetto agli impegni già assunti.
Regula Hess, Financial Sector Engagement Lead presso il WWF Svizzera, ha spiegato: «Gli assicuratori hanno una scelta: possono ostacolare la transizione verso un’economia in cui le persone e la natura prosperino insieme, favorendo l’espansione del settore petrolifero e del gas o l’estrazione mineraria nelle aree protette, oppure possono accelerare questa transizione. Attraverso la sottoscrizione di polizze e gli investimenti nelle energie rinnovabili, nell’agricoltura sostenibile e nel riciclo delle batterie, possono promuovere un cambiamento positivo. In qualità di gestori del rischio, possono inoltre aiutare sia i propri clienti che i comuni a comprendere meglio i rischi fisici che stiamo affrontando e il modo migliore per prevenirli, ad esempio promuovendo misure di adattamento come il ripristino delle zone umide e l’inverdimento urbano».
ShareAction e il WWF invitano le compagnie assicurative a confrontare le proprie prestazioni con gli standard chiave individuati dal report e a seguirne le raccomandazioni per rafforzare i criteri e le politiche in materia di clima, biodiversità e aspetti sociali. Parallelamente, i responsabili politici sono chiamati a potenziare la regolamentazione globale del settore, per promuovere pratiche responsabili, ridurre le lacune nella protezione assicurativa e mantenere la stabilità finanziaria. Tra le raccomandazioni rivolte ai policy maker figurano la penalizzazione delle compagnie che aggravano proprio i rischi contro cui assicurano, l’introduzione di forme di responsabilità per chi inquina e l’adeguamento dei modelli di solvibilità, in modo da premiare maggiormente la resilienza climatica di lungo periodo.
Tra i principali risultati del rapporto emerge che gli assicuratori europei hanno ottenuto la performance complessiva più elevata nel benchmark, un dato che riflette probabilmente una regolamentazione in materia di sostenibilità più matura nell’Unione Europea; anche tra i singoli paesi membri esiste una correlazione tra i risultati ottenuti e la solidità del contesto normativo, misurata dal tracker SUSREG del WWF. Gli assicuratori asiatici, tuttavia, hanno superato gli omologhi europei e nordamericani sul tema della biodiversità, grazie all’adozione diffusa delle linee guida della Taskforce on Nature-related Financial Disclosures. Le valutazioni allineate alla TNFD producono peraltro informazioni generalmente più utili rispetto agli approcci europei basati sulla conformità, un elemento che suggerisce come la normativa attuale possa sottovalutare il rischio legato alla biodiversità.
Le restrizioni finora adottate dal settore restano comunque insufficienti per frenare l’espansione dei combustibili fossili: il 73% delle compagnie analizzate non applica alcuna limitazione alla sottoscrizione di nuovi progetti legati all’espansione a monte del settore petrolifero e del gas, mentre il 33% non prevede restrizioni per il carbone, e anche laddove esistono politiche di esclusione queste risultano spesso indebolite da deroghe ed eccezioni.
Oltre il 90% delle compagnie attive nella riassicurazione tramite trattati non applica alcuna restrizione alla copertura di attività legate ai combustibili fossili, un dato che secondo i ricercatori rende necessario estendere tali limitazioni anche a questo segmento per orientare l’intero mercato assicurativo globale verso pratiche più coerenti con gli obiettivi climatici. Rare risultano infine le restrizioni di sottoscrizione nelle aree geografiche più sensibili dal punto di vista della biodiversità, con due terzi degli assicuratori che non hanno fornito evidenze di limitazioni per attività svolte in zone ecologicamente sensibili, mentre la maggior parte delle compagnie non rende pubbliche restrizioni esplicite sulle armi controverse, nonostante le crescenti preoccupazioni internazionali legate al loro impiego bellico.




