L’aumento dell’età pensionabile rafforza il bisogno di pianificazione previdenziale, ma la previdenza complementare resta ancora poco utilizzata

La pianificazione previdenziale è una delle principali preoccupazioni degli italiani e il timore riguarda anche gli investitori a livello internazionale. È quanto emerge dalla terza edizione di Decoding Investors, la ricerca realizzata da Amundi e rilanciata da QN Economia su 18mila persone in 26 Paesi per analizzare obiettivi, comportamenti e aspettative degli investitori retail. Il tema assume particolare rilievo in Italia alla luce dei nuovi requisiti per la pensione previsti nei prossimi anni, con un ulteriore possibile aumento dell’età necessaria per lasciare il lavoro.
Oggi il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia è fissato a 67 anni. Dal 2027 salirà a 67 anni e un mese, mentre nel 2028 è previsto un ulteriore incremento di due mesi, fino a 67 anni e tre mesi. Per gli anni successivi si tratta invece di stime legate all’evoluzione della speranza di vita. Secondo il Rapporto 27 della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, aggiornato a luglio 2026, dal 2029 l’età per la pensione di vecchiaia potrebbe arrivare a 67 anni e sei mesi e dal 2031 a 67 anni e otto mesi.
Secondo la Ragioneria dello Stato, le proiezioni dal 2029 poggiano sullo scenario demografico mediano Istat (base 2024), e i requisiti effettivi dipenderanno dall’aumento della speranza di vita che l’Istat accerterà. Si stima un incremento di tre mesi nel 2029 e di due nel 2031, che salirebbero a quattro e tre se si usassero le stime provvisorie Istat per il 2025. Per la pensione anticipata, nel 2029 serviranno 43 anni e quattro mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e quattro mesi per le donne, con un possibile passaggio a 43 anni e sei mesi e 42 anni e sei mesi dal 2031.
Sul fronte degli investitori, la ricerca di Amundi rileva che a livello globale gli intervistati prevedono di coprire con risparmi e investimenti personali il 42% del reddito in pensione, ma solo il 23% si dice molto fiducioso sulla propria sicurezza finanziaria di lungo periodo (era il 26% nell’edizione precedente). La consulenza fa la differenza: è molto fiducioso il 50% di chi si affida a un consulente, contro il 14% di chi non l’ha mai fatto.
In Italia gli investitori si aspettano che il 38% del reddito da pensionato arrivi dal pubblico (media europea 34%, quota più alta tra gli over 51) e un altro 38% da risparmi e investimenti personali (Europa 37%). La previdenza complementare pesa meno nelle aspettative. Paolo Proli, Co-General Manager di Amundi SGR, parla di un divario ancora ampio tra consapevolezza e azioni concrete: «Molti investitori si affidano ancora in larga misura alla previdenza pubblica […] mentre la previdenza complementare resta fanalino di coda», con la consulenza professionale chiamata a offrire ascolto e orientamento.
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