Opinione della Settimana

Fondo pensione? Eppure si muove. Però solo uno su quattro aderisce

La previdenza integrativa continua a crescere sia pure in maniera limitata con il contributo rilevante dei piani individuali. Il principale ostacolo allo sviluppo sembra essere il mercato del lavoro. Anche il sistema pubblico è in affanno

Pensioni - Fondo cassa ImcSi può vedere il bicchiere mezzo pieno: a dispetto della recessione in atto, i fondi pensione continuano a crescere, sia pure in maniera contenuta, a settembre gli iscritti hanno superato i sei milioni,+4,8% da inizio anno, ma con il contributo rilevante dei piani pensionistici individuali, i Pip, +13,7%. Oppure si guarda al bicchiere mezzo vuoto, considerando che, a sei anni dall’avvio della riforma, solo un lavoratore su quattro ha aderito alla previdenza complementare e il meccanismo delle adesioni tacite, il silenzio-assenso, ha apportato nel 2012 appena il 3% del totale degli iscritti.

Il principale ostacolo allo sviluppo della previdenza complementare sembra essere il mercato del lavoro. Il sistema pensionistico pubblico garantisce, tra innalzamento dell’età pensionabile e aliquote contributive elevate, una pensione adeguata al lavoratore dipendente che entra nel mondo del lavoro alla giusta età, con un contratto a tempo indeterminato e una crescita della retribuzione lineare. Peccato che la realtà sia fatta anche di disoccupazione giovanile, di contratti a termine non rinnovati, di forzati della partita Iva, di cinquantenni espulsi dal lavoro. Un milione e 200 mila aderenti ai fondi pensione che nel 2012 non hanno versato contributi non possono essere tutti rubricati come smemorati o inguaribili spendaccioni. Si dovrebbe però lavorare sugli aspetti che tengono ancora lontano dalla previdenza complementare chi vi potrebbe aderire, ma preferisce posporre la decisione o ricorrere al fai da te.

C’è, per cominciare, una scarsa informazione, tanto sul fronte della pensione pubblica, si registra l’ennesimo rinvio per la “busta arancione“, la stima della futura pensione, quanto sul fronte della previdenza complementare. Non piacciono i vincoli di permanenza, l’erogazione sotto forma di rendita, mentre il trattamento fiscale, paradossalmente, massimizza i vantaggi per chi ha redditi elevati e investe per periodi limitati. C’è, poi, una scarsa fiducia negli stessi fondi pensione, in gran parte legata al timore di “finanziarizzare” la pensione, il dover affidare il proprio risparmio previdenziale agli alti e bassi dei mercati finanziari, esacerbati dal “mark to market“, l’obbligo di valutare ai prezzi di mercato anche attivi destinati a essere mantenuti fino alla scadenza. Forse si avvicina il momento di ripensare il modo di investire dei fondi pensione, di abbandonare l’imperante “momentum investing“, il seguire i movimenti di breve dei mercati con i costi sociali che esso comporta, la cattiva allocazione di risorse, la visione di breve imposta alle aziende, per passare a un approccio di più lungo periodo, con una maggiore enfasi sugli investimenti produttivi, sui fondamentali.

Insomma, meno finanza e più economia reale nei portafogli dei fondi pensione. A fine 2012, le azioni italiane rappresentavano appena lo 0,9% del patrimonio, le obbligazioni societarie il 2,2%, contro il 27,8% investito in titoli di Stato. Pur rispettando le esigenze di diversificazione del rischio, ancor più rilevanti se si pensa che, con il sistema contributivo, la misura della pensione pubblica dipende dall’andamento del Pil nominale, si può fare di più. «Abbiamo a cuore certamente la diversificazione tra le varie forme di investimento, ma gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale sono ancora bel lontani, per qualità e quantità, dai limiti da noi indicati per esigenze di diversificazione delle esposizioni, non c’è un impedimento oggettivo», conferma Rino Tarelli, presidente facente funzione della Covip, la commissione di vigilanza dei fondi pensione.

In Francia e Germania, ad esempio, l’indebitamento bancario rappresenta tra il 40 e il 45 % dei totale dei debiti finanziari delle imprese, abituate a ricorrere al mercato per cercare soci di capitale o finanziatori. «In Italia, invece, il debito è prevalentemente bancario e non c’è questa possibilità che invece an drebbe incoraggiata. Sul mercato ci sono già veicoli, prodotti che si possono utilizzare per investire nell’economia reale, il problema non è di impossibilità, ma semmai di allargamento, e la Covip non ha mai emanato alcun tipo di norma o regolamento che impedisca questi investimenti — spiega Tarelli —. Le difficoltà vere sono forse rappresentate dalla mancanza di un veicolo più specifico e più mirato, che dia maggiore appetibilità e maggiori garanzie».

Autore: Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza

<
Articoli correlati
In EvidenzaOpinione della Settimana

Crisi nel settore auto europeo: cresce la domanda di coperture assicurative per il rischio credito

A rischio anche i big dell’automotive come Volkswagen e Aston Martin. Per gli assicuratori cresce…
Leggi di più
ANAPA Rete ImpresAgenziaAssociazioni di CategoriaIn EvidenzaOpinione della Settimana

«Nessuno si salva da solo»

Nel corso di «Davos 2021», la kermesse annuale del World Economic Forum tenutasi lo scorso…
Leggi di più
ANAPA Rete ImpresAgenziaIn EvidenzaNewsOpinione della Settimana

Il «dritto»...

Ormai quotidianamente l’IVASS oscura e sanziona siti on-line di Intermediari…
Leggi di più
Newsletter
Iscriviti alla nostra Newsletter

Resta aggiornato sulle ultime novità, sugli eventi e sulle iniziative Intermedia Channel.





termini e condizioni