Opinione della Settimana

Investire sulla propria vecchiaia

Risparmio e previdenza Imc

(Autore: Gaia Giorgio Fedi – Il Sole 24 Ore)

Attraverso il «secondo pilastro» è possibile riuscire a innalzare in modo efficace il tasso di sostituzione: l’importante però è iniziare a versare presto

Con l’innalzamento dell’età media e il rallentamento della crescita economica è stato necessario intervenire sul sistema pensionistico statale, che oggi non garantisce un tasso di sostituzione – cioè il rapporto tra pensione e ultimo reddito – molto più basso che in passato. «Per le persone che si affacciano oggi sul mercato del lavoro il tasso di sostituzione è stimabile intorno al 6o%», spiega Antonio Barbieri, responsabile ufficio progetti speciali e business development di Arca Sgr. «Quindi è importante integrare quel 60% per poterlo riportare intorno all’8o-8s%», aggiunge. L’integrazione è possibile con gli strumenti di previdenza complementare o integrativa, quei prodotti cioè che mirano a integrare la pensione pubblica per rimpinguare l’assegno che si potrà percepire al termine della propria vita lavorativa.

GLI STRUMENTI

I principali strumenti di questa forma di previdenza sono i fondi pensione negoziali o piani (o forme) individuali previdenziali. Il panorama è completato dai fondi preesistenti, quelli che operavano già prima del decreto legislativo del 1993 che ha disciplinato la previdenza complementare. «I diversi tipi di prodotti di previdenza complementare si differenziano in base al soggetto che li istituisce e ai destinatari», spiega Barbieri. «I fondi negoziali o chiusi sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro e sono destinati alle adesioni collettive; quelli aperti sono istituiti da operatori finanziari e possono avere adesioni sia individuali sia collettive; i Pip invece sono istituiti da compagnie assicurative e sono destinati solo ad adesioni individuali», prosegue.

Secondo l’esperto quello nella previdenza complementare «è un investimento di lungo termine consigliabile a tutti: lavoratori dipendenti, autonomi, liberi professionisti, anche persone che non lavorano, come i familiari a carico. E, visto che la logica è quella di integrare la pensione statale, prima si comincia e meglio è», sottolinea. «Per riuscire a integrare in maniera soddisfacente la pensione – osserva Barbieri – occorrono tre condizioni importanti: il tempismo – quindi occorre iniziare a contribuire appena possibile – i rendimenti e l’ammontare della contribuzione, che determinano quale sarà l’incremento del tasso di sostituzione al momento della pensione». Se si vuole ottenere quindi una vecchiaia agiata è bene agire per tempo. Anche perché non esiste nemmeno un limite minimo di età per l’avvio della previdenza complementare, visto che anche i genitori possono aprire delle posizioni per i propri figli.

COME FUNZIONA LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

I contributi gestiti dalle varie forme pensionistiche complementari vengono investiti sui mercati finanziari in modo da generare dei rendimenti che faranno lievitare la somma che andrà ad alimentare la pensione complementare; «ma devono sottostare a delle regole precise in termini di prudenza, definite per legge, e devono essere adeguatamente diversificati», ricorda Barbieri, che aggiunge: «È importante sottolineare che le risorse della previdenza complementare costituiscono un patrimonio autonomo e separato rispetto a quello della società o dell’istituzione che li istituisce e sono depositate presso le banche depositane, quindi c’è un ulteriore soggetto che svolge attività di controllo».

Quindi mettere i propri soldi in un prodotto di previdenza integrativa è una scelta che si può fare in massima sicurezza e presenta anche degli ulteriori vantaggi rispetto ad altre forme di investimento per la vecchiaia. Rispetto a un fondo comune, per esempio, si hanno importanti vantaggi fiscali: «I contributi sono deducibili entro i 5.164,57 euro l’anno, i rendimenti sono tassati all’11,5% rispetto al 26% dei fondi comuni (per la parte non investita in titoli di Stato tassata al 12,50%), e ci sono altri punti di forza, come il fatto che sui prodotti di previdenza complementare non si applica l’imposta di bollo, dovuta invece sui fondi», argomenta Barbieri. Ovviamente, però, considerata la natura di lungo termine dell’investimento, chi investe in un fondo pensione o in un Pip ha dei vincoli in uscita: «Non si ha la piena disponibilità in ogni momento di tutto l’ammontare investito, perché la logica è arrivare con questi denari fino al momento della prestazione», prosegue l’esperto. I casi in cui si possono svincolare i fondi sono disciplinati dalla legge: è possibile richiedere anticipazioni, in ogni momento, fino al 75% di quanto accumulato solo per gravi motivi di salute per sé e i propri familiari (coniuge e figli). Dopo 8 anni, si può chiedere l’anticipo fino al 75% della posizione maturata per acquisto o interventi di ristrutturazione della prima casa, per sé e per i figli. Oppure dopo 8 anni, si può chiedere fino al 30% dell’accumulato, per qualsiasi motivo. Il totale delle anticipazioni non può però mai superare il 75% della posizione individuale accumulata fino a quel momento. L’aderente può chiedere anche il riscatto della posizione, in caso di perdita del lavoro: tra i 12 e i 48 mesi di disoccupazione è possibile riscattare il 50% della posizione; se la disoccupazione supera i 48 può riscattare fino al 100% della posizione. In questo caso, quindi, il fondo pensione o il Pip può funzionare anche come formula di ammortizzatore sociale. La scelta di una determinata forma o di uno specifico prodotto di previdenza complementare non è poi irreversibile, perché «dopo due anni di permanenza si può chiedere il trasferimento da una forma previdenziale all’altra», ricorda Barbieri. «Di solito il cambiamento avviene principalmente per due motivi: perché non se ne hanno più i requisiti, oppure se non si è soddisfatti dai rendimenti. In questo secondo caso, occorre badare però anche ad altri aspetti. Per esempio, se si è iscritti a una forma di previdenza che prevede il contributo del datore di lavoro e si vuole cambiare, può non convenire passare a un prodotto con un maggiore rendimento, che però non prevede quel contributo».

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