
(di Alessandro Bugli – IlPunto)
Introduzione
E’ passato poco tempo dalla pubblicazione della nuova direttiva sulla distribuzione assicurativa: i tempi di recepimento sono, invece, lunghi (23 febbraio 2018), anche se molto si è già fatto prima dell’entrata in vigore dei nuovi precetti europei.
L’intento è quello di raggiungere un mercato europeo unificato dell’assicurazione, anche con riguardo alla distribuzione e mobilità degli intermediari, anche se – come più volte evidenziato – il tassello mancante è l’assenza di una disciplina unitaria del contratto di assicurazione in tutti gli Stati membri. Gli sforzi maggiori in questi termini riguardano solo, forse, la materia RCA e i prodotti assicurativi finanziari, ma per il resto poco o niente. Tante regole diverse tra loro non aiutano i distributori assicurativi (nella nuova definizione della direttiva, ricomprendente imprese e intermediari, anche a titolo accessorio), così come tanti ordinamenti diversi non aiutano la mobilità dell’avvocato: il legale può esercitare nei diversi Stati dell’Unione, ma le difficoltà nel conoscere e esercitare con regole diverse da quelle del Paese di origine, rendono l’operatività transfrontaliera complessa. Il paragone tra intermediari e avvocati tornerà spesso in questo pezzo, date le similitudini in termini di criticità che sembrano toccare entrambe le professioni.
Per il resto, in materia di intermediazione, si vuole incentivare la professionalità dei distributori e la trasparenza su prodotti, costi e compensi, il tutto a tutela dell’utenza.
Il messaggio ripetuto
Il mercato della distribuzione è in crisi.
Sono anni che nei vari convegni, al banco buffet degli stessi convegni, negli articoli di settore, si sente ripetere che gli intermediari italiani devono aprirsi a nuove sfide e cambiare pelle in vista degli scenari di mercato che li attendono: più consulenza, meno promozione; meno commodity, più soluzioni articolate e complesse (in soldoni, non legarsi troppo all’assicurazione auto, ma guardare altrove; come se anche il prodotto auto non richiedesse competenza e consulenza a favore della clientela); più elettronica, meno carta e archivi.
Tutto vero, o quasi. Oggi, però, proviamo a guardare alla realtà, mostrando alcuni numeri. Poi, condivisi questi, si può ragionare sulla necessità di correttivi e capire come modularli in concreto.
I numeri
- Popolazione italiana: 62,3 milioni (ItaliaOra 2016);
- Lavoratori occupati: 22,4 milioni (Istat 2016);
- Imprese in Italia: 4,3 milioni (la gran parte nei servizi e il 90% sono microimprese) (Istat 2011);
- Imprese assicuratrici con sede legale in Italia: 125 (226 se si contano le rappresentanze estere) (ANIA 2014);
- Intermediari persone fisiche: 218.383 (un intermediario persona fisica ogni 285 persone e uno ogni 102 lavoratori occupati e ogni 19,6 imprese) (IVASS – RUI al 2016);
- Iscritti persone fisiche in sez. E: 183.480 (un intermediario persona fisica ogni 339 persone e uno ogni 122 lavoratori occupati e ogni 23 imprese) (IVASS – RUI al 2016);
- Paragone con gli Avvocati: 223.842 (un avvocato ogni 278 persone e uno ogni 100 lavoratori occupati e ogni 19,2 imprese) (Cassa Forense – Bilancio per il 2014);
- Reclami: 94.000 alle imprese, 25.636 a IVASS (relazione IVASS per il 2014);
- Autoveicoli per mille abitanti: 640 – Diffusione previdenza complementare: 6,1% del PIL (tra le più basse nei paesi OCSE e non OCSE) (dati ACI 2014 e Itinerari Previdenziali 2016);
- La raccolta premi è maggiore nel vita (circa 113 miliardi) rispetto al danni (circa 37 miliardi, con 50% RCA) (dati ANIA per il 2014).
Alcune precisazioni e riflessioni sui dati
Si è scelto di fare riferimento al numero degli intermediari persone fisiche, sapendo che molti di questi sono riconducibili ad un’unica realtà societaria e, quindi, a fronte di più intermediari persone fisiche, esiste una sola realtà imprenditoriale. Ciò posto, sebbene le proporzioni possano migliorare, il dato rimane di interesse e si pone in analogia con quanto avviene per gli avvocati e la crisi che riguarda le fasce più giovani di questa popolazione professionale.
E’ altrettanto evidente che sia le imprese che i lavoratori possono sottoscrivere più polizze in corso d’anno, ma in un Paese come il nostro (a più voci giustamente definito) “sottoassicurato”, il dato non è trascurabile. Il tessuto produttivo, poi, da quanto si può verificare, è costellato di microimprese dove il ricorso all’assicurazione è particolarmente ridotto (e in alcuni casi, inesistente).
Altro aspetto da valutare è la sproporzione, in termini di raccolta premi, tra vita e danni. Stando all’annuario dell’ANIA (2014/2015) e alla ricostruzione storica dei canali di raccolta, il vita non è terra di elezione per agenti e broker (ma per gli “sportelli bancari”, che da soli contano una quota di mercato del 57% per il 2014).
Lasciamo per ora fuori dal quadro di analisi il ruolo e l’impatto che le compagnie e gli intermediari “aggregatori” on line svolgono e possono svolgere nel settore della distribuzione assicurativa.
Conclusioni
E’ certo che questi primi e pochi dati non sono sufficienti a fondare l’analisi di cui si parlava in precedenza, ma ci aiutano a comprendere che – salvo inganni – le fette di torta sono piccole (per il settore danni, piccolissime, tenendo a mente che il ramo RC auto fa da solo il 50% della complessiva raccolta premi danni e che il declino in termini di profittabilità riguarda proprio questo settore). Ad una robusta presenza di intermediari assicurativi non si è affiancata, in termini di effetti, una cultura diffusa dell’assicurazione e la corrispondente riuscita in termini di vendite.
Attenzione, non si intende fare di tutta l’erba un fascio, ci sono differenze notevoli tra i tanti intermediari, e significative distinzioni in termini di localizzazione geografica e di rami assicurativi interessati. Le poche righe a disposizione non rendono giustizia ad alcune realtà di eccellenza.
La sensazione, in conclusione, è che si possa partire da qui, domandandosi se effettivamente ci sia necessità di elevare ancora il numero degli iscritti al registro unico, ovvero si possa ragionare in termini diversi, come si vorrebbe fare per l’avvocatura. Meno realtà, ma più qualificate e orientate verso nuove esigenze assicurative (non con difese corporativistiche e numeri chiusi, ma attraverso un inasprimento deciso dei requisiti di qualificazione professionale per l’accesso alla professione e per il mantenimento della stessa, soprattutto per i collaboratori degli intermediari principali).
Il rischio che la direttiva reca con sé consiste nell’incrocio delle volontà di estendere la qualifica di distributore a tutti coloro che si trovino a intermediare, anche in accessorio, polizze assicurative (salvo per alcune eccezioni) e, allo stesso tempo, di volere una classe di distributori formata, perita e competente. Molto molto complesso. Tanto più in un Paese dove l’attenzione alla qualità della formazione iniziale ai fini RUI ma, soprattutto, dell’aggiornamento, è ridotta: come per buona parte delle categorie professionali che hanno obblighi simili, si cerca spesso di ridurre al minimo l’impatto dello studio e dell’aggiornamento, ricorrendo a soluzioni formative che richiedano meno attenzione e impegno (e in questo anche chi realizza i programmi di formazione ci mette del proprio).
Ritorneremo in argomento.




