(di Sergio Corbello, presidente Assoprevidenza – Il Sole 24 Ore)
Il secondo pilastro va costruito con accantonamenti non simbolici
C’è un delizioso e godibilissimo scritto di Benedetto Croce del 1948 – l’autore lo definisce «un ghiribizzo» – dal titolo intrigante: “Pagina sconosciuta degli ultimi mesi della vita di Hegel”.
Quale conclusione di quella che risulta essere una carrellata di mirabile semplicità e chiarezza della filosofia idealistica si sostiene che il possesso di un pensiero vale solo in quanto prepara a nuova vita e nuovo pensiero.
L’affermazione di Croce, frutto più di assennatezza che di raffinati ragionamenti filosofici, è riemersa, curiosamente, dalle ormai fitte nebbie liceali, chiacchierando in questi giorni di busta arancione.
La cosiddetta busta arancione giunge, con vent’anni di ritardo, a colmare un gap informativo circa la posizione pensionistica di ciascuno, fornendo, finalmente, sia pure con tutte le approssimazioni del caso, una proiezione del tasso di sostituzione che l’assegno pensionistico di base offrirà rispetto al reddito lavorativo.
In questo modo si coglierà quanto la pensione obbligatoria, specialmente se tutta contributiva, da sola, potrà risultare insufficiente per le future necessità dell’anziano. Siffatta insufficienza sarà potenzialmente maggiore se la si considera in una prospettiva di invecchiamento “estremo” – eventualità, per fortuna, potenzialmente sempre più probabile –, portatrice di nuovi costosi bisogni, legati alla necessità di assistenza.
Il possesso della conoscenza, sia pure approssimativa, della realtà pensionistica futura dovrebbe divenire lo stimolo per una nuova diffusa dialettica previdenziale, nel cui ambito la pensione di secondo pilastro diventerà una componente a cui nessuno dovrebbe ragionevolmente sottrarsi.
Ammesso, pertanto, con un certo ottimismo di sapore illuministico – lo ammetto –, che la conoscenza si trasformi in coscienza del bisogno, va detto con chiarezza che questo bisogno è lungi dall’essere soddisfatto dalla mera partecipazione a un qualsivoglia piano pensionistico complementare.
In altre parole, l’adesione a un fondo pensione è, ovviamente, il primo passo da compiere, ma, una volta iscritti, occorre curare di porre in essere un accantonamento di effettivo spessore economico.
Sul punto non mancano raffinati modelli di simulazione, ma la “praticaccia” insegna che in un piano pensionistico di durata quarantennale, decentemente gestito, un punto percentuale di contribuzione versato nel tempo consente di conseguire una copertura di poco superiore a un paio di punti percentuali dell’ultima retribuzione.
Se, quindi, si aspira a un tasso di sostituzione della rendita complementare del 20-25% occorre accantonare ogni anno almeno il 10% della retribuzione (o della base reddituale imponibile considerata).
Sotto il profilo operativo, per i lavoratori subordinati, l’utilizzo del Tfr – che da solo vale circa sette punti percentuali della retribuzione – appare una base assolutamente indispensabile, a cui giustapporre qualche ulteriore punto di contribuzione, in primo luogo datoriale, come – di fatto – tutti i contratti collettivi di categoria ormai consentono.
In conclusione: un piano di accumulo complementare di un lavoratore dipendente, alimentato in maniera soltanto simbolica, quindi, nella sostanza, senza Tfr, è un mero “ghiribizzo”, o per meglio dire un’illusione, gravida di negative conseguenze, che purtroppo emergeranno quando sarà troppo tardi per porvi rimedio.
Una sola ultima considerazione: stabilito un ragionevole flusso di contribuzione al piano pensionistico complementare, occorre bandire le gestioni garantite o i comparti similari, cosiddetti prudenti.
Bisogna affrontare con salda determinazione l’ottovolante delle gestioni più aggressive: nel lungo periodo i picchi si attenuano e i risultati economici divengono decisamente interessanti.




