Opinione della Settimana

L’Ivass sprona le compagnie: “Più innovazione nei prodotti, il calo di vita e danni non preoccupa i patrimoni”

Assicurazioni - Tecnologia - Startup Imc

(di Adriano Bonafede – Repubblica Affari & Finanza)

Parla Stefano De Polis, il nuovo segretario generale dell’Ente di vigilanza sul settore assicurativo: “Le aziende hanno saputo adeguarsi ai ratios di Solvency 2. Ma ora serve uno scatto per migliorare. I rischi da catastrofi dovrebbero avere incentivi dal settore pubblico. Non siamo contrari a diversificazioni nel risparmio gestito”

«Nel 2016 l’incertezza sui mercati finanziari e il rallentamento della crescita economica si sono riflessi negativamente sui corsi azionari e sugli utili attesi delle compagnie italiane. Ma ora le previsioni sugli utili sono nettamente migliorate e quindi ci attendiamo anche una ripresa dei titoli in Borsa». Stefano De Polis è da due mesi segretario generale dell’Ivass, l’istituto per la vigilanza sulle assicurazioni. De Polis è stato capo dell’Unità di risoluzione e gestione delle crisi in Banca d’Italia, dopo un lungo periodo nell’area della supervisione bancaria. Questa è la prima intervista che rilascia.

Le compagnie italiane scontano una debolezza strutturale in Borsa. Perché?

«I rischi macroeconomici reali e finanziari dell’economia italiana hanno assunto nel tempo un peso più rilevante nelle valutazioni degli investitori rispetto ai punti di forza dell’industria assicurativa italiana».

E quali sono i punti di forza?

«La loro solidità patrimoniale, prima di tutto. Il Solvency 2 ratio è pari al doppio rispetto ai requisiti regolamentari: in media siamo a 200 contro il minimo del 100 per cento. Le compagnie italiane hanno resistito molto bene alla discesa dei tassi d’interesse, come hanno dimostrato gli stress test dell’Eiopa (l’istituto di vigilanza europeo, ndr). Questo perché partivano da una capitalizzazione migliore e l’hanno mantenuta anche con Solvency 2».

Davvero Solvency 2 non ha dato alcun problema alle compagnie?

«No. Si tratta di una rivoluzione copernicana entrata in vigore soltanto poco più di un anno fa (dal primo gennaio 2016, ndr) ma le imprese italiane hanno ben saputo adeguarsi».

Alcune compagnie sono troppo spostate sulle polizze vita di Ramo I, a rendimento garantito, che sono un problema per loro quando i tassi sono bassi perché non riescono più a garantire ai clienti un ritorno. L’Ivass incoraggia gli operatori a vendere più polizze del ramo III, ovvero le unit linked, collegate di fatto a dei fondi di investimento?

«Non c’è dubbio che i bassi tassi impattino sulle polizze vita tradizionali (ma soltanto su quelle nuove perché quelle vecchie sono coperte da vecchi titoli di Stato più remunerativi); stiamo vagliando le proposte di nuovi prodotti avanzate dell’industria assicurativa. La scelta di vendere unit linked rientra nella strategia commerciale delle imprese; possiamo comprenderne le ragioni, ma rileviamo che un po’ si snatura il tradizionale mestiere dell’assicuratore».

Si dice anche che chi ha troppa vita dovrebbe spostarsi di più sul danni.

«Noi non diciamo troppa vita, ma, semmai, pochi danni. Quel che è importante è che serve una sana innovazione di prodotto in entrambi i rami».

Ad esempio?

«Per i danni è chiaro che un’espansione non può essere ricercata nell’Rc auto, ma in settori nuovi come la salute, la previdenza, i rischi catastrofali».

I rischi catastrofali, cioè il terremoto soprattutto. Da anni le compagnie chiedono che lo Stato renda obbligatori questi contratti, considerando l’elevato rischio sismico del suolo italiano. Ma i governi non ci sentono da questo orecchio. Perché?

«Ogni assicurazione obbligatoria, a cominciare dall’Rc auto, viene vissuta dagli italiani come un tassa. Si comprende dunque la prudenza dei governi. Però è vero che questa copertura va incentivata oggi rappresenta soltanto lo 0,24 per cento delle polizze incendio sulla casa. Si possono trovare forme di collaborazione tra pubblico e privato».

Per la prima volta a memoria d’uomo i premi vita e danni sono risultati in calo contemporaneamente nel 2016. Perché?

«Per il ramo danni il calo è al tempo stesso positivo e negativo: positivo perché dipende dalla discesa dei premi/prezzi sull’Rc auto, cosa che è stata sempre auspicata visto che in Italia i prezzi sono più elevati che nel resto d’Europa; negativo, perché questa caduta dell’Rc auto non è compensata dallo sviluppo in rami diversi dalla copertura obbligatoria».

E il ramo vita?

«La discesa ha interessato in particolare le polizze unit linked. ovvero la componente più finanziana, e ciò si può attribuire alla volatilità dei mercati. Nel complesso, il calo dei premi nel 2016 è da attribuirsi soprattutto alla riduzione della raccolta dei premi vita, che è stata dell’11 per cento».

Lei paria, indirettamente, di un riequilibrio e al tempo stesso di una reingegnerizzazione dei prodotti sia vita che danni. Ma in Italia le compagnie hanno poco risparmio gestito, al contrario che in Europa, basta pensare ad Axa e Allianz. L’Ivass vede con favore una diversificazione in questo settore, che tra l’altro può contribuire a controbilanciare i momenti negativi dei due rami?

«Le compagnie hanno questa possibilità, si tratta per loro di decidere di allargare l’ambito del business, in altri settori come in altri mercati. Noi non abbiamo nulla da eccepire, se tutto avviene nel rispetto della sana e prudente gestione. Certo, servono investimenti molto rilevanti. Per cui immagino che questa diversificazione sia possibile soltanto per i big player italiani».

Che impatto avrà la risalita dei tassi, quando ci sarà, sui bilanci delle compagnie?

«Se la risalita dei tassi sarà lenta non ci sarà alcun problema e le compagnie avranno tutto il tempo per adeguarsi alla nuova situazione. Altra cosa sarebbe se il movimento fosse più brusco: in questo caso il vero problema sarebbe quel che farebbero gli assicurati, che sarebbero tentati di lasciare vecchie polizze meno remunerative per andare su quelle con maggiore appeal. Ma c’è anche da dire che la maggior parte delle gestioni separate rende oggi oltre il 3 per cento. L’impatto sui bilanci avverrebbe solo a fronte di forti disinvestimenti (riscatti) che costringerebbero le imprese assicurative a vendere titoli il cui valore sarebbe sceso».

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