
Che aspetta la Consob a chiedere a Francesco Gaetano Caltagirone (78 anni) e Leonardo del Vecchio (86 anni) quali mire hanno su Generali? Le dimissioni dal board del vicepresidente vicario del gruppo assicurativo, seguite, proprio stamane, da quelle di Romolo Bardin (ad della Delfin di Del Vecchio) hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro tra i soci in vista dell’assemblea degli azionisti in programma ad aprile.
Nell’ultimo periodo Caltagirone (azionista di Generali con l’8,04%) e Del Vecchio (6,6%) non hanno fatto altro che acquistare azioni della compagnia con il proposito di dare battaglia ed impedire la riconferma dell’attuale Ceo Philippe Donnet, su cui punta invece il tradizionale azionista forte del Leone triestino, Mediobanca.
Sulle vere intenzioni dei due ottuagenari imprenditori circolano molte interpretazioni, anche le più fantasiose. Gli investitori avrebbero bisogno di maggiore trasparenza e di sapere quali strategie alternative vi sono dietro la contesa sulla lista del Cda. Il business plan di Donnet è stato reso pubblico a metà dicembre, ma qual è il “contropiano” che propongono Del Vecchio e Caltagirone? Non lo hanno detto, a parte alcune allusioni sulla necessità di tornare alla grandeur perduta della compagnia. Ebbene l’art.120 del Testo Unico della Finanza (Tuf) impone a chi supera il 10% di una società quotata di dichiarare le proprie intenzioni. Ad esempio precisando “se intende fermare i suoi acquisti o proseguirli nonché se intende acquisire il controllo dell’emittente o comunque esercitare un’influenza sulla gestione della società e, in tali casi, la strategia che intende adottare e le operazioni per metterla in opera”. Chi contravviene a quegli intenti può essere perseguito per manipolazione di mercato.
E’ vero che, singolarmente, Del Vecchio e Caltagirone non superano la soglia del 10% ma Consob, per “esigenze di tutela degli investitori nonché di efficienza e trasparenza del mercato del controllo societario” potrebbe abbassarla al 5 per cento. Questa misura ha alcune controindicazioni. Nel contesto in cui è nata e si è sviluppata (la Francia) ha evidenti finalità antiscalate perché costringe un eventuale aggressore a dichiarare le sue vere finalità prima di essere costretto a lanciare un’Opa. Nel caso specifico, poi, una dichiarazione d’intenti cristallizzerebbe l’attuale frattura tra i soci di Generali senza che questa possa essere ricomposta. E’ un’eventualità che oggi appare remota ma che non può essere del tutto esclusa. In ogni caso, per l’importanza che il Leone triestino ha per l’Italia – assieme a Intesa Sanpaolo è l’unico gruppo finanziario Made in Italy di una certa importanza a livello internazionale – e per il suo debito pubblico – il suo portafoglio include 60 miliardi di BTp – le esigenze di trasparenza appaiono di gran lunga prevalenti. Forse l’authority di controllo potrebbe darsi da fare.
a cura di Riccardo Sabbatini
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