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Sospensione dei contratti rc auto: un effetto domino a danno degli assicurati

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Una decisione strampalata provoca spesso un effetto domino di decisioni altrettanto sconclusionate. Guardate quello che è accaduto dopo lo sfortunato incidente dell’agricoltore sloveno Damijan Vnuk che nel 2007 cadde da una scala colpita da un trattore. Chi doveva pagare il sinistro? La rilevanza assicurativa di quell’evento nel mercato europeo della Rc auto era praticamente irrilevante ma, a dispetto di quell’evidenza, l’astuto legislatore comunitario decise ugualmente di estendere l’obbligo di responsabilità civile per i mezzi di trasporto, fino allora limitato alle aree adibite alla circolazione, anche a quelle private. Una decisione, presa in nome di una maggiore tutela dei consumatori, che invece si è loro ritorta contro. Ha messo nei guai non soltanto i proprietari di mezzi agricoli (spesso privi di copertura rc) ma anche i veicoli (ad esempio quelli aeroportuali) che circolano in aree non adibite alla circolazione. E i circa 3 milioni di automobilisti – la stima è della Confcommercio – che tengono il loro veicolo permanentemente in garage.

In un rigurgito di buon senso la direttiva comunitaria (la n. 2021/2018) consentiva comunque agli stati membri di escludere dall’obbligo assicurativo “i veicoli utilizzati esclusivamente in zone il cui accesso è soggetto a restrizioni”. Molti paesi, ad esempio la Francia, hanno utilizzato la deroga ma non l’Italia. Nonostante le richieste venute da molti parti, compresi agenti assicurativi di Anapa giustamente preoccupati per i disagi in arrivo sulle spalle dei propri clienti.

A questo punto è caduta una seconda tessera del mosaico perché il creativo legislatore nazionale ha introdotto una possibilità di deroga all’obbligo assicurativo nelle aree private. Una deroga, che voleva essere dettata dal buon senso, ma che a ben vedere appariva del tutto illogica avendo l’Italia deciso di non ricorrere alla deroga prevista dalla direttiva. Per la verità non è inconsueto, nel bel paese, che una legge contenga al suo interno una disposizione che disinnesca i suoi roboanti propositi. O che rinvia i suoi effetti ad un decreto attuativo che non si farà mai. Siamo fatti un po’ così, siamo italiani.

E qui arriviamo alla terza tessera, chiamiamola pure tegola, caduta sulla testa del malcapitato assicurato della penisola. Già perché le procedure di sospensione, un tempo semplicissime – era sufficiente presentare la richiesta alla compagnia ed il contratto si intendeva sospeso da quel momento fino a comunicazione contraria – sono divenute farraginose perché nella procedura ora è entrata di mezzo anche la motorizzazione civile i cui tempi di reazione alle comunicazioni delle compagnie non sono proprio irresistibili. Alla fine ne hanno approfittato anche le assicurazioni evidentemente ben contente di ottenere un premio assicurativo per veicoli sostanzialmente privi di rischio (come sono quelli lasciati in garage). E le procedure per ottenere la sospensione dei contratti sono divenute sempre più complicate. Ecco quella prevista uno dei maggiori assicuratori italiani: nella richiesta alla compagnia, da presentare con 10 giorni di anticipo rispetto alla data di esecuzione, “è obbligatorio indicare sia la data della sospensione che quella della riattivazione (in caso di necessità potrà comunque riattivare la polizza, facendone richiesta scritta entro e non oltre i 10 giorni prima della data di riattivazione indicata). Inoltre l’assicurato potrà prorogare la sospensione entro i 10 giorni dalla data di riattivazione. Ricordiamo che, come da decreto (? ndr.), la polizza può essere sospesa solo una volta per anno assicurativo”. Insomma un automobilista dovrà effettuare un complicato calcolo vettoriale per centrare il periodo di sospensione al quale è effettivamente interessato. E soprattutto, sempre a detta della compagnia, non potrà ricorrere più di una volta alla procedura di sospensione benché la legge non contenga alcuna limitazione al riguardo.

Come già avviene per le dispute finanziarie un assicurato potrebbe rivolgersi all’arbitro di settore per aver una chiara interpretazione di leggi e direttive europee. Peccato che stiamo aspettando l’arbitro assicurativo da sei anni, bloccato  da  riserve e pretesti dei tanti burocrati che affollano  il belpaese. Sicchè, a questo punto, non resta che appellarsi a San Cristoforo, patrono degli automobilisti. Almeno lui ci difenda!

a cura di Riccardo Sabbatini

Leggi anche Le alluvioni nel nord Italia ed il gioco del cerino tra assicuratori e riassicuratori

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