Il gruppo assicurativo triestino e il gruppo bancario francese BPCE potrebbero rinunciare all’intesa sulla fusione entro fine anno. Tensioni politiche e cambi di vertice frenano l’intesa

L’accordo tra Generali e il gruppo bancario francese BPCE per la fusione delle rispettive attività di asset management sembra destinato a sfumare. Secondo quanto anticipato da Reuters, le due società potrebbero lasciar scadere senza intesa la scadenza del 31 dicembre fissata per il completamento dell’operazione.
Tre fonti vicine al dossier, citate in condizione di anonimato, hanno spiegato che, pur con i colloqui ancora in corso, lo scenario più probabile è quello di un mancato accordo entro fine anno. A pesare sulla decisione sarebbero l’opposizione del governo italiano e l’incertezza legata ai possibili cambiamenti di governance in casa Generali.
In base all’intesa preliminare firmata a settembre, Generali e BPCE avrebbero dovuto finalizzare la fusione tra Generali Investments Holding e Natixis Investment Managers, dopo aver rimosso una penale di recesso da 50 milioni di euro. Da Parigi, una portavoce del gruppo ha dichiarato: “Ci siamo dati tempo fino alla fine dell’anno per raggiungere un accordo. I team stanno lavorando in questa direzione e i rapporti tra BPCE e Generali restano buoni”.
Da Trieste, invece, nessun commento ufficiale. L’operazione incontra resistenze da parte di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, entrambi azionisti di peso di Generali e tra i protagonisti delle recenti partite finanziarie italiane. I due investitori si erano già schierati contro l’accordo sulla gestione patrimoniale e sono ora impegnati nella partita per il controllo di Mediobanca, azionista di riferimento di Generali con una quota del 13%. Mediobanca, che figura anche come advisor dell’operazione, è controllata da Monte dei Paschi di Siena (MPS), dove lo Stato italiano detiene ancora il 4,9%. Proprio martedì MPS ha nominato Alessandro Melzi d’Eril come nuovo amministratore delegato e Vittorio Grilli, ex JPMorgan, come presidente di Mediobanca.
Un riassetto che potrebbe avere ricadute dirette sulla compagnia triestina, il cui consiglio d’amministrazione – guidato da Philippe Donnet e Andrea Sironi – è stato in larga parte espresso da Mediobanca. Donnet, al vertice di Generali dal 2016, ha finora mantenuto la guida con l’appoggio dell’istituto di Piazzetta Cuccia, ma secondo fonti citate da Reuters potrebbe lasciare il posto prima della scadenza del mandato, prevista nel 2028. “Non avevo un candidato alternativo per la carica di amministratore delegato, ma questo non significa che accetterò un accordo che considero dannoso”, aveva detto in passato Caltagirone. Mediobanca controlla oggi 10 dei 13 seggi nel board di Generali, ma le nuove tensioni interne e la mancata chiusura del dossier con BPCE potrebbero aprire un nuovo capitolo nella governance del Leone di Trieste.




