Con la libera contrattabilità e la “monetizzazione” dei servizi introdotte dalla Legge di stabilità e i successivi decreti e circolari, il 2016 è stato l’anno di svolta per il welfare aziendale. Secondo i dati comunicati dal ministero del Lavoro lo scorso luglio, sono 2.290 gli accordi di produttività stipulati che prevedono l’erogazione dei premi di risultato in servizi per il lavoratore e i suoi familiari anziché in denaro, e il numero non tiene conto di tutti contratti che riguardano il welfare e i numerosi piani unilaterali che sono in atto nelle aziende italiane.
Il nuovo welfare di produttività sembra dunque avere incontrato il gradimento delle imprese.
Perché oltre a consentire risparmi di bilancio e a favorire l’adozione dei piani anche nelle piccole realtà, spiega il presidente di Adapt Emmanuele Massagli in una intervista video online sul canale lavoro Job24, è una soluzione che rispecchia una visione moderna di benessere organizzativo che è percepita anche dai lavoratori. Si tratta di una risposta concreta a bisogni familiari reali che la crisi spesso rende difficile soddisfare: la gamma di servizi ammessi, al di là dei classici della conciliazione come gli asili nido, è infatti molto ampia e comprende anche spese culturali e ricreative. Inoltre, il welfare aziendale è una opportunità che, spiega Massagli «genera economia, creando un indotto di servizi a livello locale».
Ma siamo solo ai primi passi su una strada che porti i piani di welfare di produttività a diventare «uno strumento della cassetta degli attezzi» della gestione delle risorse umane. Gli ostacoli alla loro diffusione non mancano, non ultima la concorrenza che verrebbe dagli interventi in materia di detassazione dei premi monetari di produttività allo studio del Governo.



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